Enrico Bertolino.
.
Pirla con me.
.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Milano mia... dalla Moratti a Pisapia.
.
LA MILANO ANTICAMENTE MODERNA
.
A Milano  cambiato il vento, e ci  sano perch contribuisce al ricambio delle polveri sottili.
Ed  cambiata Milano. Lo si nota da tante piccole e grandi cose. I tram e gli autobus sono diventati il punto di incontro multietnico pi affollato della citt dopo la moschea di viale Jenner e i Doner Kebap (o Kebab? Ma almeno mettersi d'accordo su come si scrive non contribuirebbe all'incontro tra culture?) che producono insieme e con uguale overdose di grassi agnello e pizza: il famoso cibo d'Egitto.
Milano oggi  donne con il velo, uomini senza pelo, palestre e centri massaggi affollati tutta la settimana, "Compro e vendo oro" che riaprono alla grande come se Miracolo a Milano fosse cosa d'oggi e non un film neorealista. Tra l'altro, nel finale di quel film, la scopa serviva a volare via. Oggi la scopa sta conficcata in un punto preciso. Spesso.
Ma anche la Milano che cambia porta con s un carattere che non si riesce a definire. Aristocratica? Quella rimane Torino, con Fassino, Chiamparino, il bicchierino. Anche se di suo vorrebbe essere "one", sabauda, tronfia. Ma anche minimal, gozzaniana sottovoce, ch il tintinnio del bicrin si senta in sottofondo, mentre qualche nobile per censo e per rango decide l'ennesimo appalto o un'altra cassa integrazione. E saluti alla signora!
Citt a "misura d'uomo"? No, per carit. Al massimo a misura Duomo. Anche se la Moratti la voleva come Formigoni: a misura di un omino molto amico loro. Nell'immaginario collettivo la citt a misura d'uomo rimane Bologna, di quelle citt che giri a piedi. Solo che ormai s' milanesizzata pure lei e se la giri a piedi diventi blu per gli scarichi e marrone sotto le suole per via di... ci siamo capiti.
Milano capitale della moda? Al limite capitale delle mode, quelle s. Possibilmente inutili e costose. L'ultima  lo spritz, importato non si capisce bene se dal Veneto o dal Tirolo. Direi dal Veneto, perch  arrivato insieme a un'altra abitudine della zona: l'assenza pervicace di un qualsivoglia scontrino.
Milano laboratorio della politica? Fuochino. Dopo quasi un ventennio di amministrazione di centrodestra i milanesi si sono affidati al candidato proposto dalle primarie del Pd, che ovviamente non era del Pd. Ha vinto Pisapia, che tutti i tailleur se li porta via, proponendo un modello diverso.
Quello di suor Letizia Moratti era Milanhattan, tutto grattacieli e ditte che li costruiscono (Che rumore fa il telefono per chiedere gli appalti? 'ndran 'ndran). La Milano del Pisapia (non "di", "del", siamo a Milano o no?) cerca di crescere in statura culturale, sociale. Cose poco tangibili. Come la satira. Anche se... anche se la satira dall'alto non sposta un voto, quella dal basso invece...
Red Ronnie, che  emiliano e certe cose non le sa, aveva sottovalutato il senso di Milano per il ridere: ha accusato Pisapia di chiudergli un festival. Poi Letizia  andata in TV a dire che Pisapia rubava le auto (al massimo la macchina del fango, o la gioiosa macchina da guerra di Occhetto) ed ecco che Milano l'ha seppellita con migliaia di battute. Che hanno cambiato la storia. Del resto "una risata vi seppellir" era una frase simbolo del '68, ed  normale che il leader del Pdl non la conosca: lui preferisce l'anno successivo.
Certo, governare  impopolare. La Moratti aveva messo l'Ecopass, una gabella sulle auto Euro 0 (credo che la sigla derivi dal fatto che in giro ce ne sono ormai 0) e Pisapia vuol fare una moschea grande come San Siro (e chiss quante nipoti di Mubarak potrebbero entrarci). Ma dopo averlo votato, dopo aver riempito le strade di arancione, gi deve confrontarsi con la quotidianit. Ricordo i giorni immediatamente successivi alle elezioni. Vedo un tizio su una bici, fiocchetto color agrume legato al manubrio: senza mani, telefonava, passa col rosso. Finch un GHISA non lo ferma. E quello, invece di chiedere scusa: "Ah, cara el me Pisapia... cuminciom bn...". ("Cominciamo bene caro Pisapia").
GHISA (s.m.) Soprannome di provenienza londinese la cui origine deriva dal materiale di cui erano composti i bottoni degli antichi vigili urbani. Il ghisa milanese  oggi quasi sempre un ex studente pugliese che invece di fare il tassista come tutti gli altri ha preferito stare dalla parte della legge. O, se donna,  una signora di mezza et spesso di Matera che all'atto di inseguire un qualunque malvivente, stante l'importante circonferenza raggiunta con le brioche del mattino, pu solo sperare che il fuggiasco faccia surf sul ricordino di un cane.  anche per questo che i ghisa, normalmente, ignorano il fenomeno che riduce i marciapiedi della citt alla stregua di una Beirut del DNA canino... Oggi si chiamano in modi diversi: i vigili urbani, i poliziotti di quartiere (figure mitologiche che qualcuno giura di aver visto, ma non esistono prove documentate), le ronde cittadine... ma la figura che ha caratterizzato Milano negli anni e che ha garantito la sicurezza diventando uno dei simboli della citt insieme al panettone,  quella del ghisa. Il nome letteralmente sta a significare dall'italiano: "Lega metallica costituita in prevalenza, analogamente all'acciaio, di ferro e carbonio, ma con tenore in carbonio superiore e propriet diverse". Anche sul mitico Cherubini, storico dizionario milanese-italiano, la dicitura  pi o meno la stessa: "Ferro fuso non ancora appurato". Solo nei moderni vocabolari si incontra la definizione: "Vigile della polizia municipale milanese". Senza nessuna spiegazione. E in effetti del ghisa non c' granch da spiegare. Il ghisa come la pla (polizia) o la madama... sempre di polizia si tratta. Una volta il ghisa era un po' lo spauracchio per una certa delinquenza da quartiere o per la soluzione delle liti derivanti dal traffico, quando ancora ci si poteva fermare a Milano per litigare, e non come oggi che se ti fermi ti ciulano la macchina oppure se litighi per una precedenza in corso Venezia devi fare tre giri della circonvallazione interna e pregare che non passi il filobus che ti porta al capolinea. I ghisa erano vestiti pesanti fino a maggio... con quel cappello che sembrava un elmo spartano... e con i guanti bianchi, e le ghette sopra le scarpe... erano personalit temute per la loro austerit, dirigevano il traffico come dei direttori d'orchestra su un podio rotondo nel mezzo della piazza... ed erano cos solenni che anche quando scendevano sembravano alti uguali.
Io me li ricordo, li vedevi arrivare a piedi dal fondo della strada e improvvisamente sembrava di essere a Stoccolma. Gli automobilisti si fermavano a dare le precedenze e a far attraversare i pedoni, i ragazzini smettevano di giocare a pallone in strada, e i pedoni stessi... si guardavano bene dal tentare l'attraversamento fuori dalle strisce, come se da lontano il ghisa potesse leggergli la targa. I ciclisti, allora senza telefonino perch non esisteva ancora, passando a fianco erano tentati di scendere e spingere a mano... non si sa mai che il ghisa fosse di cattivo umore...
Oggi questa figura non c' pi a Milano e ognuno fa un po' come gli pare, il ciclista chiede le piste ciclabili e poi non ci passa per tagliare il percorso, l'automobilista non vede l'ora che il ciclista lo faccia cos lo fa saltare a colpi di clacson e insulti irripetibili, i pedoni attraversano anche a semaforo rosso con due telefonini... uno manda un SMS e con l'altro parlano. E poi stramaledicono l'automobilista e i ragazzi con il pallone hanno smesso da anni di giocare dato che il posto adesso  occupato da spacciatori che sono molto meno formali dei ghisa e non si limitano a portarsi via il pallone. I ghisa erano quelli che in piazza del Duomo hanno risposto a Tot e Peppino alla famosa domanda "Nous voulevons savoir..." diventando un'icona della citt, mentre oggi il poliziotto di quartiere rimane un'incognita della citt. Cio sai che da qualche parte c' ma non lo si trova tanto facilmente. Insomma il milanese come Tot e Peppino si chiede: "Anca numm voulevons savoir... indoe l' andaa a fin!".
Cosa cambia? Cosa cambier? Dalla Milano delle consulenze a quella delle competenze non ci dovrebbe essere molta distanza, n differenza, forse solo di prezzo/tariffa, MARKUP... e di questi tempi non  poco, quello che i milanesi si aspettano non  di pagare di meno, guai - un milanese si offenderebbe a morte - ma di pagare tutti, tanto che il nuovo Comunismo potrebbe partire proprio da qui, dai Navigli, magari attraversati a nuoto da Pisapia. All'insegna del motto "Idromassaggio e attico per tutti" per una Milano fiduciosa nel futuro e sempre di pi aperta a tutti.
Ma chiusa il luned mattina.
MARKUP (s.m.) Sostantivo di derivazione inglese (to mark up: avere un margine di guadagno) utilizzato al posto di "fare la cresta" perch fa pi figo.
...
.
...
Dello stesso autore Op, Op, Op, Din, Din, Din (1999) Ho visto cose... (2003) Quarantenne sar lei (2005)
...
.
...
Sapessi com' strano
sentirsi milanesi a Milano
...
.
...
SE LI CONOSCI, TI EVITANO.
.
Gioviali, simpatici, allegri, disponibili, alla mano, cordiali. Sono solo alcuni degli aggettivi che mai, neppure per sbaglio, sono stati accostati ai milanesi nella loro storia millenaria. Ma trattasi di bieca malafede, di gioco del fato, di cattiva coscienza dell'italico popolo che scarica su di noi tutti i difetti di un'intera nazione. Che forse a Napoli ti accolgono suonando la tarantella in segno di benvenuto? A Palermo esci da Punta Raisi in un concerto di scacciapensieri? E a Bologna, forse che a Bologna appena arrivato sotto i portici ti danno il benvenuto con la specialit locale, sia essa gastronomica o pi pedestre e peccaminosa?
Che poi se c' un popolo generoso  proprio il nostro. Ingenuo, spesso. Praticamente un bel CIULA, ossia un mix tra arroganza, puntualit insopportabile, con un pizzico di campanilismo esasperato e una punta di autocelebrazione. Il tutto servito con accompagnamento di salatini e l'ossessione per il lavoro e un ritmo frenetico di vita che non lascia spazio a nessun divertimento se non quello di guadagnar soldi da spendere poi in cose inutili. Un antico slogan contestatario recitava: "Consuma, produci, crepa". Il milanese fa di pi: tra ognuno dei tre passaggi trova il tempo di annoiarsi.
CIULA (s.m./f.) Derivato dal verbo "ciulare", ossia copulare, o pi pedestremente "sfottere", ne rappresenta non la prima persona singolare ma, per una curiosa metamorfosi lessicale, la declinazione riflessiva. Il ciula  colui che viene spesso ciulato a causa di disattenzione o dabbenaggine ereditaria. Talvolta, per un curioso cumulo di coincidenze, il ciula  persona di dimensioni ragguardevoli, da cui la celebre declinazione "grand, gross e ciula".
Troppo? Allora pensate per un attimo a un'altra frase cardine che spesso descrive il paese dove il vadaviaiciapp risuona: "Lavoro Guadagno Spendo Pretendo". Che detta cos gronda superiorit e arroganza (ci sono, certo, ma in calo: senn non avremmo ingaggiato Mourinho per ritrovare gli antichi fasti) ma la manifesta soltanto sotto stress. Cio sempre.
Dice il lettore: "Ma che ? Una guida su Milano o un plotone di esecuzione? Bertol tu me fai mor, sei tanto simpatico, ma io volevo capire i milanesi, mica tirarli sotto con la machina". Amico der Colosseo (o del sciu sciu, o del nuraghe nel quale certo vivi con tutti i comfort), due cose: intanto Milano  la mia mamma e ne parlo male finch voglio, come dir il figlio di Ruby dopo aver consultato la collezione della "Repubblica". In secondo luogo, ok, hai ragione tu. Qualche parola buona per chi come me condivide 'sto CIELO ostile devo proprio spenderla: che c' di male a voler lavorare per poi guadagnare? E se poi posso spendere, quando posso ovviamente, perch non dovrei poi pretendere?
"Com' bello il CIELO di Milano quando  bello" scrisse pi o meno Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. E dire che nei suoi ottantotto anni di vita lo vide solo tre volte.
Tra l'altro, fatta una botta di raffronti (e di conti, che fa sempre bene) anche gli altri non  che stiano messi cos bene a luoghi comuni. A centocinquant'anni dall'Unit d'Italia, i torinesi restano falsi e cortesi (Marchionne manco tanto cortese), i romani lazzaroni (ma almeno non chiamano i figli col prefisso Pier), i fiorentini caciaroni (ci credo, con tutto quello zafferano), i napoletani furbastri (ma non abbastanza per non rieleggere Bassolino), i friulani lavorano e basta (meglio: cos hanno meno tempo per mangiare i ravioli con le susine), i veneziani son tutti vecchi (e tra l'altro Venezia  bella ma non ci vivrei), mentre i genovesi son tutti avari (tranne Paolo Villaggio che  avarissimo).
Visto? Vi siete stancati di questi luoghi comuni un po' razzistelli? Non dovevo farmeli scrivere da Borghezio, forse. Ma la verit  che siamo nei dintorni del 2012 e quasi quasi vien voglia di credere alla profezia dei Maya per riazzerare tutto il 21 dicembre. Sarebbe meraviglioso scambiarsi i caratteri, non trovate? Napoletani noiosi, torinesi sinceri ma maleducati, friulani che non fanno una minchia, fiorentini muti come Marcel Marceau, e naturalmente milanesi-cicale, pieni di joie de vivre e circondati da baraccotti per la piadina in cui si mangia bene e fanno pure lo scontrino.
Illusi. I libri che parlano dell'apocalisse nel 2012 hanno gi fissato la ristampa per il 2013, lo sapevate? Qua sembra di stare al convegno sulla riscossa del Pd: una bufala. E i milanesi non hanno tempo da perdere ADREE AI STUPIDD.
ADREE AI STUPIDD (locuzione) Letteralmente: "Dietro alle stupidate". Per dire: quando a Milano si promette che le polveri sottili in citt caleranno, meglio non perdere tempo "adree ai stupidd".
Negli ultimi vent'anni la citt  molto cambiata, e i milanesi, soprattutto quelli di una certa et (io no: io sono giovane dentro ma purtroppo sempre meno giovane sotto), hanno fatto fatica a STGH ADREE ai cambiamenti.
STGH ADREE (locuzione) "Stare al passo con". Letteralmente anche "stare attaccato". Quando Bobo Vieri lanci le chiavi, davanti alla discoteca Hollywood, a un tizio che si spacciava per parcheggiatore, avrebbe fatto meglio a stargli un po' pi adree perch quello si ciul il Cayenne.
Non si sono ancora convinti che non si pu dire TERON a un marocchino o a un cingalese, perch gli immigrati di oggi non vengono solo dal Sud con la valigia di cartone e con il treno, ma anche da est, ovest e persino dal nord, come dimostra quel tizio che sfond il Pirellone con l'aereo delle patatine (che dio l'abbia in gloria, ma pi di lui chi ci lasci le penne).
TERON (s.m./f.) La definizione di teron non pu essere pubblicata perch i diritti della parola appartengono alla Leganord Spa, via del Rimpatrio 1, Brembate.
 che, per noi milanesi, Milano non dovrebbe mai cambiare, pur restando moderna e sempre all'avanguardia, un po' come quelle signore di via Senato che si tirano la faccia con la fionda per restare up to date e poi si riducono: sembra la zia di Ilary Blasi e infatti esce col nonno di Totti.
A noi piace l'idea di avere tante linee del metr, come Londra o Parigi, ma ci arrabbiamo se ci chiedono di lasciare a casa la macchina e usarle quando poi saranno completate. E non  che siamo noi a sentirci superiori agli altri italiani, sono gli altri a dimostrarsi oggettivamente non all'altezza. A Milano ci sono cos tanti cantieri che dobbiamo importare pensionati extracomunitari per metterli a guardare i lavori con le mani dietro la schiena rompendo le balle agli operai. CSA TE VOERET FAGH?
CSA TE VOERET FAGH? (locuzione) "Cosa vuoi farci?". Alternativa accettata dalla Cei all'altra classica locuzione che il milanese pronuncia dopo aver spiattellato il solito escremento di alano, locuzione che associa impropriamente un diffuso animale da cortile a Nostro Signore.
Qui a Milano siamo ancora convinti di essere gli unici a lavorare davvero in Italia, e se qualcuno ci fa notare che la maggior parte dei lavori, di quelli duri intendo - quelli che la sera vai a casa e non a prendere il Campari Orange al RADETZKY di corso Garibaldi -, a Milano ormai la fanno gli extracomunitari, a quel punto il milanese medio emette uno dei suoi caratteristici versi: "Eh s, bravi, questi qui hanno trovato l'America a Milano". La tipica frase idiomatica senza senso. Anche perch un tempo si diceva che chi volta il culo a Milano, volta il culo al pane. Oggi chi volta il culo a Milano, se  scuro di pelle, sta scappando da una qualche ronda.
RADETZKY Locale di corso Garibaldi, uno dei centri della movida milanese.  stato calcolato che il 75 per cento dei frequentatori non ha un lavoro vero (quasi tutti hanno a che fare con la TV) e l'82 per cento crede che il termine movida derivi dal latino movida movidarum.
Il lavoro non a caso  la prima delle parole dell'assioma citato in precedenza, dell'architrave di ilare ottusit che ci portiamo dentro con garrula spavalderia. Prima "Lavoro" poi "Guadagno", sarebbe cos. E non viceversa. Ma se una volta la sequenza invertita (prima guadagno e poi eventualmente, se avanza tempo, lavoro) veniva appiccicata come etichetta a chiunque stesse sotto quella roba marrone che fluisce, quel rifugio per pesci-siluro, il Po insomma, adesso c' un sacco di gente che come lavoro principale fa finta di avere un lavoro. Negli anni Ottanta erano le boutique. Oggi le gallerie d'arte alternative, la pubblicit e tutti i suoi addentellati, i centri sociali con angolo del biologico e, last but not least, il cabarettista che fa anche convention e scrive libri su Milano e i milanesi.
Parlava di Milano, Giorgio Gaber, quando scriveva e cantava: "Com' bella la citt, com' grande la citt, com' viva la citt, com' allegra la citt, piena di strade e di negozi, e di vetrine piene di luce, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce"1 , e mentre Gaber cantava, il ritmo diventava sempre pi frenetico, il ritmo di una giostra impazzita che continua a girare e dalla quale proprio per la velocit nessuno riesce a scendere, anzi pare quasi divertirsi. Ma anche quel pezzo cos giocondo era una risposta. Al ragazzo della via Gluck, a Celentano, alla sua retorica sui palazzoni che stavano mangiando la campagna. Perch a Milano  cos: persino le cose pi belle nascono per tigna. Per reazione. Pare che il Castello fu costruito da Francesco Sforza per evitare che i Gonzaga, quando passavano in citt, gli parcheggiassero i cavalli davanti al passo carrabile.
Ritmo e tempo. A Milano abbiamo il primo e detestiamo il secondo. Per dire: quando sono in tourne, prima dello spettacolo finalmente riguadagno un po' di tempo (a Milano non potrei; avere tempo  come possedere una Multipla: ti scherniscono pure i viados di via Cenisio) e posso permettermi di perderlo a spiare gli alieni. A Torino, ad esempio, sono di una lentezza regale. Vuoi perch l la Multipla l'hanno inventata, vuoi perch la storia li ha sorpassati anni fa e non hanno fretta di rincorrerla. A Venezia di ritmo non si pu nemmeno parlare: nel tempo in cui un veneziano attende un vaporetto, un milanese avrebbe gi chiesto il cambio di residenza per idrofobia. Roma, lenta e svogliata secondo l'iconografia tradizionale,  ormai lenta, svogliata e caotica, ma di un caos felice: un romano in coda sul Lungotevere fuma pacioso la stessa sigaretta, per mezz'ora filata, mentre i motorini lo sorpassano da tutte le parti. Talvolta anche sbucando dai tombini. Nella stessa mezz'ora di coda, un milanese fa in tempo a fumarsi mezzo pacchetto, rompere la radio a furia di smanettare tra programmi di rutti e scoregge, litigare con almeno quattro persone al cellulare e, ma deve proprio andargli di lusso, tentare di stirare un venditore di fiori cingalese, un lavavetri gitano e un paio di vigilesse.
Ritmo, tempo, ma anche clima. Napoli e Palermo ai milanesi fanno tanto due Beirut in cui si mangia meglio (per quanto, certi ristoranti di Beirut hanno bab e cannoli quasi migliori). Ma trasmettono, magari controvoglia, gioia di vivere. Come a Cagliari, che non  Sud, non  un'altra nazione,  proprio un altro pianeta. A Cagliari scruti le facce sul porto e sembra che ti sfottano: "Vai, torna a correre. Che noi stiamo qui. In vacanza da una vita anche quando lavoriamo. E andiamo piano, noi che possiamo". E gi un altro mirto.
Ecco: noi a Milano tutto questo l'avevamo, una volta. Non il mirto, la lentezza. C'erano le case di ringhiera, dove ci si incontrava tra vicini anche solo per andare in bagno, spesso in comune, e ci si teneva d'occhio. Altro che guardia medica. L'Asl erano i vicini: Associazione Soccorso Lampo. Per cui quando mia nonna, cha abitava in una di queste case in via Fara a Milano, non usciva per due giorni, scattava subito il vicino del terzo che da casa sua aveva notato che la SCIRA Maria non aveva aperto la porta, e cos si muovevano i vicini del primo piano e andavano a bussare. Il tutto sempre con un ritmo veloce, certo pi veloce della prima ambulanza, che anche allora era lenta perch il motore l'aveva riparato il cugino del cognato di un assessore del Psi.
SCIRA (s.f.) Signora. Pu indicare vecchiezza o nobilt. Mutato in aggettivo, indica l'avanzare degli anni e il cambiamento del look ("Si  un po' insciurita" = "Si veste come una cappelliera").
A Napoli, su un episodio del genere, ci si pu costruire una sceneggiata con primo e secondo atto, e tra il primo e secondo atto c' Gigi D'Alessio che presenta il nuovo CD. Pregiudizi? Ma va'. Ma se io di Gigi D'Alessio ho tutta la discografia! Taroccata, ma ce l'ho. Presa su una bancarella a Napoli a 9 euro e 90.
Che poi, diciamoci la verit, non  che si sappiano divertire solo al di sotto dell'equatore. A Milano abbiamo l'HAPPY HOUR.
HAPPY HOUR (espressione idiomatica) Letteralmente: "Ora felice". In realt, periodo del tardo pomeriggio in cui torme di alcolizzati si combattono cibi ipercalorici a basso costo. Praticamente un Consiglio dei Ministri, ma con meno gnocca. Per anni a Milano, a fine anni Ottanta e nei primi anni Novanta, nell'epoca delle tangenti, si chiamava "Happy our"... ovvero... "Felicemente nostro"... e il termine era riferito a case, terreni, contratti e appalti, insomma a tutto tranne che agli aperitivi.
Ma l'happy hour a Milano non c'era, un tempo. C'era l'osteria, chiamata dai vecchi milanesi el trani (non penso come dispregiativo riferito alla splendida citt pugliese, anche se ci starebbe, visto la nostra proverbiale tolleranza). Dentro si fumava, si bevevano i camparini col bianco, si giocava a biliardo, lo si macchiava col camparino. E anche a scopa, ramino e pinnacola. In rari casi il bar o trani aveva anche un campo di bocce, il che rendeva l'inquinamento acustico simile a quello di un DC-9 in decollo, o di certe serate a "Ballar": tra quelli che litigavano al biliardo, quelli che discutevano a carte e quelli che si insultavano a bocce, sembrava d'essere in piazza Affari alla Borsa all'apertura del listino, con un'importante punto in comune - al bar, a carte, al biliardo o a bocce c' gente che ci ha rimesso pi soldi che con la Parmalat - e una sostanziale differenza: qua non c' neanche un Tanzi con cui prendersela.
Poi le osterie sono morte e risorte. Per merito o per colpa dei terribili anni Ottanta, coi ristoranti macrobiotici, l'invasione dei locali giapponesi (ce ne sono tre pro-capite, pi che in Giappone, e non uno che non sia gestito da un qualche cinese che si spaccia per parente di Nagatomo) e quei party per stilisti in cui certe sere, per cena, ti davano al massimo una flebo di glucosio. Ma anche se qualcosa che somiglia ai trani  riapparso, magari biologico, slowfood, con quei bei menu in cui un articolo fa la differenza (cannelloni 5 euro e 50, "i cannelloni" 9 euro: e sono la stessa roba comprata alla Sma),  proprio il panorama cittadino che  cambiato. Le insegne. Quella punteggiatura cromatica che creava una sorta di toponomastica stentorea: la gente, all'alba dei Sixties, si ritrovava per strada, camminando in corso Vittorio Emanuele, alla Rinascente, che doveva quel nome cos ardito addirittura a d'Annunzio. O all'Upim, che doveva e deve il nome a Giorgio Upim, o almeno cos mi raccontava mio nonno al terzo camparino. O all'Onest (che dopo il 1992 e Mani Pulite ha chiuso: la gente non riusciva a entrare senza capottarsi dal ridere). O alla Standa. Ecco, manco la Standa c' pi. L'han comprata gli austriaci. Invasi dagli austriaci, manco fossimo la Polonia. Che citt  quella in cui si arriva a rimpiangere la Standa? La mia. E, a sorpresa, le voglio bene. Anche se questi sembrano discorsi da nonni ai giardini, almeno i giardini voglio scegliermeli io. Quelli pubblici di via Palestro, oppure quelli del Castello Sforzesco, dove ci si fermava a parlare o a dare da mangiare ai piccioni o guardare le anatre che nei laghetti si nettavano le piume dal catrame e dallo smog. Oggi se vedono un milanese che si ferma pi di dieci minuti senza essere al cellulare e che osserva sereno il laghetto, la gente chiama il telefono amico, l'assistenza psicologica, Maria De Filippi. Perch pensano di aver a che fare con un matto o un suicida, e allora tanto vale che vada a farla finita a "Uomini e donne".
Cosa avr cambiato cos tanto Milano per aver cambiato cos tanto i milanesi? Io sono nato nel 1960, i miei ricordi seppiati si fermano al 1965, massimo 1968, e secondo me,  tutto molto semplice: oggi i locali, siano qui da generazioni o appena planati dal Pakistan, non ce la fanno pi a STAGH ADREE, E ALRA COREN SENZA SAV INDOE VN.
COREN SENZA SAV INDOE VN (locuzione verbale) "Corrono senza sapere dove vanno. Frase idiomatica che identifica il moto perpetuo milanese, il quale pu essere bloccato solo da un ingorgo sulla tangenziale nord.
Forse il guaio  che a Milano tutto  diventato evento, scatenando una specie di corrida urbana, fors'anco per la quantit di corna che neanche a Buffalo in Texas (oltre ai sushi bar, in citt ci sono almeno tre motel a testa, tutti con giochi di luce, e sia chiaro che parlo per sentito dire). Milano ci vive di eventi. Anzi, ne sopravvive. Senn sarebbe pi pigra di Napoli. Le servono per svegliarsi. Sono una sniffata di efficienza: le fiere, le Settimane della Moda, il Salone del Mobile... Gli immigrati arrivano a frotte perch fanno i lavori che a noi italiani non interessano pi, tipo appunto andare al Salone del Mobile.
"Non  una citt per giovani" direbbero i fratelli Cohen. " per sbarbati" aggiungerebbero. Ma per sbarbati di testa. Corriamo come adolescenti ma siamo vecchi come dei salici: il primo tipo di salice lavorante anzich piangente. E qualche volta le lacrime son chimiche, perch mica sono solo gli eventi a sniffare. Una vecchia battuta diceva che se la cocaina fosse elio, l'Nba volerebbe. Se volasse, Milano la guarderebbe dall'alto. In orbita.
Se le facessero l'antidoping, a Milano, troverebbero tracce di "eventite".  contagiosa.  dannosa.
Quand'ero bimbo, la fiera era una sola: la Campionaria. Anche se non volevi o dovevi comprare niente, un salto lo facevi sempre. Noi studenti si andava durante la settimana, a volte le visite erano organizzate dalla stessa scuola: pur di toglierci dalle balle per una mezza giornata ci avrebbero mandati anche a visitare l'Ossario al Cimitero di Musocco. Ci perdevamo in quei vialoni infiniti (che adesso, guarda caso, sono finiti pure quelli) e passavamo le ore a chiederci se quel cartello "Voi siete qui" ci stesse o no prendendo per i fondelli. Qui dove? Voi chi? Siete cosa? E poi via a riempire le borse di dpliant e adesivi: macchine escavatrici, pelapatate elettrici, l'Enciclopedia britannica in duecentotrenta volumi. Credo che l'Enciclopedia britannica non l'abbia mai comprata nessuno, per davvero, manco la regina Elisabetta. Anche se  sempre pi affidabile di Wikipedia. Giusto ieri notavo che su Wikipedia Parco Sempione risulterebbe uno spazio adibito a verde, mentre  noto che trattasi di un apostrofo rosa tra le parole: "Oh no, un'altra troupe di 'Studio Aperto' che intervista passanti sudati".
Il padiglione pi visitato della Campionaria era quello degli alimentari. Si entrava alle dieci del mattino per uscire, satolli, solo a sera. Una specie di happy hour su vasta scala, con la sola differenza che si poteva passare senza un ordine preciso e senza nulla pagare dalla crpe al Grand Marnier allo speck, all'insalata belga, ma in un'atmosfera pi simile a una sala d'aspetto in aeroporto che a quella specie di rave party con musica a palla da cui sei accolto oggi nei locali della Milano bevuta (ex Milano da bere) che sgomita al bancone per un piatto di carta pieno di pasta avanzata a mezzogiorno. E scaldata pure male.
La Campionaria cadeva ad aprile ogni anno. E per prepararsi c'era gente che smetteva di mangiare a gennaio. Tutto per lasciar spazio ai pizzoccheri caldi della Valtellina, che tra l'altro sono ottimi anche per piccoli lavori di stuccatura. Oggi le fiere saranno almeno un centinaio: il Macef e il Salone della moto, Mi Sex e Sposa oggi (e comunque sarebbe meglio invertire la programmazione se il secondo non vuole perdere clienti a scapito del primo, per dire). Senza contare la fiera della vanit per eccellenza, cio la Prima della Scala: il 7 dicembre, sant'Ambrogio protettore della citt, la Milano bene si trova impellicciata o in smoking o con l'esclusivo modello dello stilsta amico a vedere l'Opera prescelta. Il milanese vero, quello che lavora guadagna spende e pretende per capirci, ci va spesso solo per farsi notare, perch il Carisma dell'Assenza (mi si nota di pi se non ci sono?) a queste latitudini lo consideriamo una malattia. Di pi: una condanna. Anni fa l'Opera prescelta fu estratta dalla Trilogia di Richard Wagner, noto per aver realizzato opere che lui stesso non  mai riuscito ad ascoltare fino in fondo: dai palchi ogni tanto si sentiva solo un tonfo, tanto l'oscurit copriva tutto. Ma quelli che svenivano dalla noia avevano venduto i figli pur di esserci.
Milano per  grande per la scelta. Da tempo, di eventi dove ci si pu serenamente addormentare ce ne sono molti di pi. A partire dalla serata dei Telegatti, una sorta di Oscar allo zafferano (anche quello che piaceva tanto a Cecchi Gori) inventato dai milanesi furbi per fregare un po' di soldi agli sponsor e spacciare piazza Piemonte, dotata per l'occasione di passatoia rossa, per la versione con pomodorini e rucola della Croisette. Fortunatamente da sei anni a questa parte siamo riusciti a rifilare a Roma questo evento di interesse mondiale per prenderci in cambio una festa forse meno mondana ma molto pi frequentata: il Mi Sex. Ma la lista  appena cominciata. Dalla galleria d'arte che inaugura una mostra di un artista ceceno con catalogo in bielorusso, alla conferenza stampa del film di Natale sulla terrazza Martini (evoluzione chich&snob del trani con il camparino), dal vernissage di un ex di Lotta Continua passato alla pop art, allo showroom dello stilista emergente che emerge da sostanze evidentemente psicotrope, alla presentazione del libro in libreria con l'autore e un giornalista che non ha letto il libro, tanto poi il prosecchino salta fuori lo stesso.
Perch anche qui l'importante  la velocit. Se aspirate realmente a essere milanesi, a integrarvi, ad agire come noi/loro, dovete sviluppare la capacit di imbucarvi anche in tre eventi per sera, partendo dalle 18 alle 24 e oltre, senza lasciare agli organizzatori degli stessi nemmeno il tempo per capire chi fossero quelle due idrovore che bevevano come autoclavi e che mangiavano come pantegane dei Navigli.
Riassumendo, le mutazioni genetiche dei milanesi possono essere cos elencate:

 diffidenza dovuta alla dominazione;

 velocit dovuta al ritmo imposto dai consumi e dall'economia;

 ritmo derivante dall'osservazione costante e dal confronto con gli altri, del tipo: "Io non avrei niente da fare adesso, ma se vedo uno o una che corrono, mi muovo anch'io, non si sa mai. Mal che vada ci scappa un gin tonic".

Anni fa girava una storiella con la morale che diceva testualmente: "Ogni giorno in Africa un leone si sveglia e sa che dovr correre se vorr raggiungere la gazzella, ogni giorno in Africa una gazzella si sveglia e sa che dovr correre pi veloce del leone se non vuol essere raggiunta e divorata. Morale: quando al mattino in Africa ti svegli, che tu sia gazzella o leone, comincia a correre". A Milano, la storiella potrebbe essere tradotta pi o meno cos: "Se sei un milanese e vivi a Milano, al mattino quando ti svegli sai che dovrai correre, se vuoi arrivare prima del tuo vicino e ciulargli il parcheggio. Se sei il vicino sai che dovrai svegliarti prima se non vuoi che l'altro ti ciuli il parcheggio. Morale: se vivi a Milano e vuoi parcheggiare, che tu sia un vicino o l'altro comincia a svegliarti e partire da casa un'ora prima per poi recuperare mezz'ora di sonno in macchina nel parcheggio. BRAV PISTLA".
PISTLA (s.m./f.) Nell'accezione femminile, la pistola  l'arnese caro ad alcuni milanesi celebri tra i quali Vallanzasca, Lutring e Turatello. In quella maschile ("il" pistola) descrive una persona non propriamente perspicace. In entrambi i casi, la differenza sui possibili danni la fa il calibro.
Nel prossimo capitolo cercheremo di capire come sono diventati i milanesi dopo queste mutazioni genetiche avvenute nel tempo. Cosicch se vi capiter di incontrarne qualcuno di quelli descritti, se li riconoscerete potrete scegliere di evitarli. Ma dovrete farlo in fretta altrimenti per levarveli dalle balle sarete costretti a dire: "O NINO DAI STA S DE DSS".
O NINO DAI STA S DE DSS (espressione idiomatica) Letteralmente: "Ehi amico, suvvia non starmi addosso". Funziona alla grande anche se l'amico non si chiama Nino.
1 La canzone citata  Com' bella la citt di G. Gaber e A. Luporini, Edizioni Curci.

 Milanes sem
 e mai se dismilaneserem

(BEI) TIPI MILANESI

ESSERE BAMBINI A MILANO
A Milano i bambini milanesi non esistono. Ma se, per assurdo, ragioniamo sul 30-35 per cento che conserva ancora una parvenza di "meneghinit" ci troveremo di fronte, pi che a una famiglia, a una importante realt produttiva. A una Confindustria in braghette. A un G8 con la maglietta di SpongeBob.
Gi dal secondo anno d'et, quelli che per convenzione chiameremo "bambini milanesi" si abituano forzosamente ai ritmi di crescita della citt e imparano subito che la vita non  un gioco, che non bisogna perdere troppo tempo, che non bisogna mai e poi mai perdere soldi. Sicuramente questa loro crescita  aiutata e non poco dall'assenza di spazi verdi adatti al gioco collettivo, di genitori che lavorano, di nonni che arrotondano, di tate cinesi che una volta seguivano i bimbi e oggi ti tagliano i capelli per sei euro. Male. Ad averceli, peraltro, i capelli.
I bambini milanesi (i FIOLN) diventano grandi negoziando qualsiasi beneficio, compresi i giochi che sono sempre e rigorosamente educativi (cacciaviti, pinze e bulloni per bimbi e bimbe senza distinzione di sesso), mentre per i figli dei pi ricchi, il vecchio "Allegro Chirurgo", "Piccolo Chimico", lo stesso e ormai antico "Monopoli", lasciano ormai il posto al "Piccolo Broker di Borsa", o all'"Allegro palazzinaro", grazie al quale si impara in et utile la suprema arte della truffa legalizzata, con tanto di piccola bustina con micro tangente, da dare all'amichetto per comprare i terreni o le case. Sempre facendo attenzione che non arrivi il "Piccolo Giudice".
FIOLN (s.m.) Letteralmente: "Figlioletto". Perse questa accezione da quando, nel clima promiscuo dei primi del Novecento, fu chiaro a tutti che non sarebbe stato pi cos facile identificare chi era il padre del fioln.
Anche per andare al nido o alla materna i ceti sociali tendono a mostrarsi per quello che sono. Specie i pi abbienti, ovvio. Come le scire fonatissime, rimaste tali e quali da almeno cinquant'anni, che per evitare al bimbo di respirare le polveri sottili compiono a bordo di un enorme SUV da 3000 cc i 125 metri che separano l'attico dalla scuola, un attimo prima di parcheggiare il transatlantico in sesta fila. Siccome non tutti i mali vengono per nuocere, ma questo s, la grevit comportamentale si abbina spesso a quella lessicale. Colpa dell'ATTIMINO, l'insopportabile sostantivino che col nuovo millennio sembrava definitivamente debellato ma  ricomparso sia durante gli happy hour ("Ci fermiamo solo un attimino") che, appunto, per sollecitare la comprensione altrui qualora si parcheggi come un demente. In entrambi i casi (happy hour o sosta acrobatica in zona scolastica) si pu comunque risolverla con le buone, ad esempio investendo la tizia rossettata del SUV con un TIR ungherese e portarla a decalcomania sul radiatore fino al confine di Tarvisio.
ATTIMINO (s.m.) Contrazione dell'attimo, misura di tempo gi infinitesimale di suo, utilizzata come captatio benevolentiae all'atto di compiere piccole illegalit. Es.: "Metto il SUV in sesta fila, ma solo un attimino". In luogo dell'attimino,  recentemente invalsa l'espressione tutta milanese "Sto lavorando" di solito da energumeni che hanno appena messo il furgonato in modo da bloccare un viale a lunga percorrenza, cos come dal cretino che tenta di investirti con lo scooter sul marciapiede perch, appunto, "sta lavorando". Per dimostrare comprensione rispetto al lavoratore, lo si pu invitare a trasportare le proprie terga con costrutto in luogo altro da quello percorso in quel momento (V a d via i ciapp).
A Milano per i bambini non esistono la mancia o la paghetta ma un regolare salario con tanto di modulo da controfirmare per ricevuta, detraibile, legato al costo della vita e agli obiettivi da raggiungere. Se il bambino smette di fare la pip a letto, ricever un bonus legato alla qualit ambientale casalinga (l'Ecopiss). Se, di contro, fa casino in cortile, se la vedr con la Stock Option. Ossia l'opzione di un bel coppino sulla nuca ("Stock!").
Non  facile, essere bambini a Milano. Neanche nei weekend. I terribili weekend all'outlet, laddove i fanciulli vengono condotti per ore in un caotico girone dell'inferno consumistico, scevri da ogni distrazione, deprivati anche dei comfort minimi previsti dalla Carta dei bambini di Bovisio Masciago (tipo un Happy Meal da McDonald's) e tutto mentre i loro augusti genitori passano di negozio in negozio pagando un 5 per cento in meno del prezzo reale articoli talmente vecchi che la targhetta del prezzo  in numeri romani.
 chiaro che un bambino cresciuto in questo contesto dantesco diventer una specie di dobermann ferito e a fronte di una coda all'Ikea, o di una che gli ruba il parcheggio all'ipermercato, facilmente scatener una battaglia che manco Ringhio Gattuso col Tottenham. C' di buono che nel tempo di pomeriggio nel parcheggio dell'iper, mentre i genitori cercano inutilmente di anticipare la scira cotonata di cui sopra, i pargoli avranno gi appreso una sequenza di improperi e bestemmie che permetter loro, da adulti, di gareggiare con veneti e toscani in una ideale classifica del pensiero poco canonico rivolto a Nostro Signore.
Almeno, per, in auto non c' la TV, fatti salvi alcuni tassisti milanesi che mentre ti portano a destinazione (spesso con giri turistici degni dei colleghi romani e napoletani: siamo tutti avvolti nel tricolore) rischiano il frontale perch intanto stanno guardando "Tempesta d'amore". A casa s, la TV troneggia. Ed  l, di fronte al vecchio 4:3 o al plasma modello "Cappella Sistina" che, dopo il primo anno di et, vengono posizionati i bimbi milanesi. E cos diventano grandi con le repliche della Sirenetta e di Bianca e Bernie, su una TV digitale terrestre di quart'ordine o su "Sky classic fond of baril". Senza contare YouTube o i DVD. Ormai persino l'iPad. Sono traumi. Lo sanno bene i genitori chiusi fuori di casa perch il figlio voleva trasformare il tinello nella casetta di Heidi o i nonni che alla laurea della nipotina se la sono vista arrivare vestita come Hello Kitty per discutere la tesi "L'importanza delle Winxs nella cultura contemporanea: una societ del manga".
ESSERE VECCHI A MILANO
Gi il concetto di essere vecchi a Milano, di per s  una contraddizione, un po' come essere astemi all'Oktoberfest, essere tristi a Disneyland, essere onesti a un convegno del Pdl.
L'orologio biologico del milanese non avanza, quello anagrafico s. Cos, ancorch in pensione, l'anziano meneghino mantiene gli standard della sua vita precedente: si sveglia comunque presto, verso le sei, e alle sette  gi in strada a sbrigare le commissioni. Ovviamente non ha pi nulla da fare ma, pur di scappare dalle grinfie della moglie, si inventa ogni giorno un'occupazione differente: dal volontario del Comune per far attraversare i bambini, alla gestione di un orto invaso dagli idrocarburi, fino ai lavori pi usuranti, tipo la comparsa nei talk show del mattino di Canale 5.
Il vecchio da bar
Particolare tipologia di anziani che affolla gi da ore antelucane i bar della citt, contendendosi il marocchino al cacao coi pendolari appena arrivati e con gli impiegati appena vomitati da un treno in ritardo delle Ferrovie Nord nel terribile piazzale Cadorna, quello con l'ago e filo multicolore che metterebbe tristezza pure a Ronald McDonald.
Oggi a Milano il pensionato fatica a trovare un suo spazio, perch dove prima c'erano i tavolini per sedersi e leggere il giornale a scrocco, oppure giocare a carte, ora  tutta una teoria di videopoker, studiati proprio per fumarsi la pensione pi velocemente. Finisce cos che il vecchio milanese da bar si sofferma nel locale il minimo indispensabile (per litigare col barista, o per farsi insultare dagli altri avventori per la sua lentezza) e poi si trasporta all'esterno per stazionare in strada insieme ai suoi simili, generalmente a gruppi di tre o quattro, e occuparsi del suo vero ruolo sociale, le perizie degli incidenti d'auto. Questo perch dopo tanti anni il vecchio milanese (quello con sciarpa anche d'estate, cappello e giornale sotto braccio, ovviamente free press) matura un'esperienza tale da essere in grado anche girato di fare una perizia immediata anche dopo pochi secondi dall'incidente. Anche di spalle. Bum! "Osti che botta, saran 3000 euro..." Un'abilit talmente consolidata che ad alcuni frutta fior di ingaggi in nero con le compagnie d'assicurazione: li pagano in BIANCHINI.
BIANCHINO (s.m.) Calice di vinaccio consumato dai pensionati milanesi al bancone insieme ad alcuni operai albanesi che, talvolta, il pensionato ritrova poco dopo sul selciato di fianco al cantiere perch coi bianchini hanno esagerato. In confronto il Tavernello  Veuve Clicquot.
Il vecchio da orto
Il vecchio da orto non si ferma mai al bar perch ha paura che gli freghino la bicicletta e generalmente coltiva a orto degli appezzamenti di terra situati in posti improbabili, tipo lungo i Navigli in periferia o addirittura in prossimit delle piste dell'aeroporto di Linate, dove gli aerei scaricano carburante in arrivo e in fase di decollo, contribuendo alla creazione di pomodori diesel e di zucchine ad alto numero di ottani, roba da fare cento chilometri con un chilo (senza neanche essere entrati in riserva).
Il vecchio da cantiere
Il vecchio da cantiere viene piantato insieme alle prime recinzioni e l rimane finch i lavori non sono terminati (quindi vita natural durante) o finch non viene aperto un altro cantiere. Recentemente, causa Expo (a Milano ci sono pi crateri che dopo i bombardamenti alleati del '45) sono stati istituiti pulmini che portano i vecchi da cantiere in tour per le diverse installazioni. Egli arriva, si aggiusta il borsello, e comincia una litania di osservazioni rivolte agli operai, sempre dopo aver scosso la testa in cenno di disapprovazione: "O giovintt varda che non si scava mica cos con il piccone... facevo anch'io quel lavoro l trent'anni fa...". In realt trent'anni fa quasi sempre lavorava al catasto o, nella pi nobile delle ipotesi, gestiva una balera di liscio dietro corso Buenos Aires.
La fortuna del vecchio da cantiere  che la maggior parte degli operai ormai sono extracomunitari e non capiscono l'italiano, figuriamoci il milanese, altrimenti avremmo trovato sempre pi biciclette abbandonate presso i cantieri e sempre pi anziani a rinforzarne le fondamenta.
Il vecchio saggio
Resta, di fondo, una inestinguibile saggezza popolare dei vecchi milanesi. Tempo fa mi capit di parlare con mio padre, che ha ottantaquattro anni, del clima. Dopo aver discusso per mezz'ora sul fatto che l'inverno  freddo e l'estate  calda, gli domandai a bruciapelo: "Ma secondo te il buco dell'ozono o l'effetto serra hanno delle responsabilit per questi cambiamenti climatici anche a Milano, oppure semplicemente siamo tornati alle stagioni normali per cui d'inverno si gela e d'estate si soffoca?". Lui mi osserv come Clint Eastwood all'atto di sfoderare la Magnum e rispose tranquillo: "Cara el me fioe... temp e cuu fa come el voer lu". Cio: "Caro figliuolo, il tempo e il culo fan quello che vogliono".
Ancora oggi mi sto chiedendo che cosa volesse dire e quali sono le basi scientifiche di questa teoria. Fatto sta che quella discussione inutile fin cos e lui se ne and al bar con gli amici lasciandomi l come un pirla, ma non un pirla normale... un Pirla con la P della Pirelli...
ESSERE DONNE A MILANO
Fino a qualche tempo fa il clich pi diffuso sulle donne milanesi era uno: "Se la tirano" (letteralmente intraducibile per motivi di decoro, significa che sono un po' snob, non danno confidenza e frequentano poche e selezionate amicizie. Il fatto che non si concedano con allegria ultimamente andrebbe, come dire, riaggiornato a livello statistico, ma non  compito di questo libro analizzare certi dati. Al limite prenderne atto: quello s).
Oggi la donna milanese ha maturato degli anticorpi quasi maschili che le permettono di sopravvivere nella giungla maschilista della metropoli lombarda. E grazie a questi brevi ritratti saremo noi uomini a capire finalmente come affrontarle sia come colleghe al lavoro che come potenziali compagne nella vita.
La donna manager
La donna manager, o DoMa, spesso anche definita "donna cazzuta" dai colleghi invidiosi,  la classica donna con le palle. Nel senso di antifurto.
Spesso la riconosci perch se la tira, oppure se l' tirata. La pelle.
La donna manager ha sempre trent'anni. Se  pi giovane, si invecchia con occhiali e acconciature da Berlino Est anni Sessanta. Se  pi vecchia... assomiglia sempre a B.B. Ma non Brigitte Bardot: Botox e Bisturi. Se per Marilyn i migliori amici delle ragazze erano i diamanti, per la donna manager sono i chirurghi. Dice il saggio: ma a furia di tirare, le escono quegli occhi a fessura a met tra la Sfinge e Liz Taylor oggi. Risponde Enrico: ma cosa c' di meglio di due occhi a fessura, con conseguente sguardo acuminato, per far sentire inutile un sottoposto nel breve volgere dei trenta secondi di un giro in ascensore?
Trascorsi i fatidici cinquanta, la donna manager si riappropria di se stessa. Si ammorbidisce. Rivive il suo tempo. Abbandona l'attico in corso Garibaldi e si concede quei villoni understatement da copertina di "Casa Dove". Tutto bio, tutto ecocompatibile. Abbandona i tacchi a stiletto modello "Il diavolo veste chef Tony" e sceglie le ballerine. I sabot. I colori pastello. Smette di truccarsi come un pappagallo cacatua e fa pace col proprio viso, o quel che ne resta. Si iscrive a corsi esotici, di discipline orientali. Abbandona il Cayenne per la bici elettrica. Mette da parte il personal trainer e il personal tromber. Ed  in quell'esatto momento, quando la donna manager incazzosa pensa di poter gestire gli altri con un filo di umanit, comprensione, virtuosa mediazione tra interessi e prospettiva comune, che la sostituiscono con un fighetto rampante imbottito di coca (la bibita ovviamente...). E chi s' visto s' visto.
La donna MoMa
L'antitesi della manager  la donna MoMa oppure MaCo (Moglie&Madre nelle coppie sposate o Madre&Compagna nelle coppie di fatto) o MaCoPi (Mamma con Pirla, nel mio caso).
La MoMa milanese generalmente ha rinunciato, per scelta propria o pi spesso altrui, a scendere nell'arena del lavoro e lavora invece come impiegata o operaia spesso con un part time orizzontale, verticale, il pi delle volte diagonale a 90. Ovvero lavora dalla mattina alla sera spostandosi dal lavoro alla famiglia e viceversa con la velocit di un calabrone in una stanza di specchi.
Se invece  benestante, la MoMa si occupa dei figli, del marito ed  spesso impegnata nelle opere di assistenza nel sociale. Di solito la seconda e la terza attivit coincidono perfettamente, dato che i mariti delle MoMa con il tempo, anche grazie alle loro cure spesso ossessive, diventano casi umani da sostenere e curare. Finch morte o un buon avvocato non li separino.
Essendo di Milano, la MoMa non risparmia mai: ottimizza. Anche nell'educazione dei figli, dalla scelta del pannolino all'asilo fino alla laurea e al master in Bocconi (un tempo nota universit, oggi succursale del Cepu). Oltre che madre diventa pediatra, istitutrice, confidente, e se le avanza tempo anche amica dei figli, al solo scopo di controllarne ogni mossa fino all'et adulta, che nel suo modo di pensare, coincide con i quarantadue anni del figlio/a. Forse.
Avendo dedicato la vita alla famiglia, non sopporta le ingerenze di nessun altro. Per questo va presto in attrito con suoceri, insegnanti, parenti, amichetti, fidanzatini o chiunque altro tenti di mettere in discussione il suo modo di vedere le cose, riassunte in un dogma familiare scolpito nel travertino e riassumibile in un solo articolo: "Questa casa non  un albergo e se lo fosse avrei tutte le chiavi io". Roba che al confronto papa Celestino V era un tipo alla mano, e Lars Von Trier il vincitore dell'Oscar per la giovialit.
Ma... ma attenzione, perch anche la MoMa pu arrivare a saturazione.
Dopo aver accudito tutti per anni, risparmiato soprattutto sui propri vestiti (sempre fuori moda di uno o due anni per la legge del saldo con l'asta), insomma dopo aver sacrificato una vita per un gruppo di amebe che dipende da lei anche per l'uso del dentifricio la mattina, ecco che durante le vacanze estive, rigorosamente in famiglia, la MoMa diventa facile preda di animatori assatanati che la conquistano con un fiore di carta e un complimento riciclato, mentre il marito gioca a carte o va a pescare al largo col canotto o col pattino affittatogli da altri animatori conniventi, il cui turno verr subito dopo. Finch le corna del malcapitato non lo sgonfieranno, il canotto, generando al rientro sul bagnasciuga un altro tipico e censurabile fenomeno balneare: la MoMaCo (Moglie Madre con Contusioni).
Per la MaCo (Madre Compagna) il percorso  quasi sempre lo stesso, con una svisa nel finale: dopo anni di convivenza serena e rassegnata col suo ruolo di chioccia totale, un bel giorno avvisa tutti che parte con un last minute insieme a un'amica, spesso l'unica rimasta, per Santo Domingo o Cuba. E da l torna con un indigeno, felice e spossata, lasciando la famiglia all'Idroscalo o in una triste casa in Liguria, magari a Loano vicino alla ferrovia (violini, dissolvenza, titoli di coda).
La donna impegnata
Altro soggetto stanziale nel panorama urbano milanese  la donna impegnata, a far cosa spesso non  chiaro. Fatto sta che non la si trova mai libera un attimo, presa com' dalle sue mille e pi iniziative: dal mercato equo solidale del mattino, all'asta benefica delle 21. Se avete seguito i festeggiamenti per le elezioni di Pisapia, la riconoscerete anche in piazza del Duomo:  quella che tenta di vendere un CD degli Inti-Illimani a Nichi Vendola. Mentre lui sta parlando al microfono.
La donna impegnata preferisce la cultura dell'essere a quella dell'apparire, anche se certi zoccoli con i campanelli sembrerebbero richiamare all'urgenza di una mediazione. Se ha una certa et prevale in lei il sentimento della delusione.  delusa dal Sessantotto, dal femminismo, dalla societ attuale, dal marito o compagno di vita, persino, raramente, dagli Inti-Illimani... per ora non ancora di Vendola e Pisapia... ma diamole tempo.
Di solito viene da una famiglia benestante. Che dopo averla mantenuta agli studi e anche molto oltre, l'ha essa stessa delusa. Per questa trib, Milano ha creato spazi appositi che sembrano un'oasi nella frenesia: corsi di cucina macrobiotica, di yoga ayurvedico, di fotografia esistenziale, a cui la donna impegnata si iscrive con entusiasmo salvo poi frequentare solo le prime lezioni e abbandonare... delusa.
Ella  in contrasto costante e insanabile con la DoMa e la MoMa perch rappresentano ai suoi occhi modelli superati, privi di valori, in una parola: deludenti.
Fa i lavori pi strani, apre negozi di paralumi decorati a mano, erboristerie biologiche, parafarmacie omeopatiche. Gira in bicicletta e frequenta locali o persone radica chic, ovvero legnosi/e, da qui il termine molto usato a Milano che riporto apocrifamente di FIGH DE LEGN.
FIGH DE LEGN (locuzione) Iperbole descrittiva milanese che lascia intendere una prevalenza lignea nell'apparato riproduttivo femminile, atta a scoraggiare l'accoppiamento e la riproduzione. Figurato: "Sorella di Pinocchio".
Di tutti i tipi analizzati rimane comunque la pi umana e disponibile, ottima compagna per conversazione o "scarico problematiche esistenziali", dato che il tempo per un t o una tisana con un'amica, magari tra una mostra di pop art e un concerto di sitar nepalese, alla fine lo trova sempre. A differenza della donna manager, l'impegnata non manda messaggini con l'iPhone mentre le racconti i fatti tuoi, e non ti interrompe come fa la MoMa, che al primo minuto del tuo sfogo esistenziale proromper nel pi classico dei: "Ma tu non sai cosa  successo a me!". No, e non lo voglio sapere. Addio.
La milanese DOC
No, non trattasi di cotoletta. Per vestirla non servono i pomodorini. Basta un tailleurino finto Herms in plexiglas sintetico. Damascato.
 la scira per antonomasia, forte come lo erano quelle generazioni vegn su durante il primo Dopoguerra, come quelle case popolari di prima periferia, dove il clinker delle mattonelle da interni, quelle verdone da bagno, riveste pure gli esterni, un po' per vezzo un po' perch costava meno e durava di pi. Ma la milanese DOC  comunque una donna decisa, pochi interessi e ambizioni, con una certa attitudine al comando, che si rivolge con piglio deciso al mondo intero e non solo alla famiglia. E quando si rivolge a qualcuno spesso non lo chiama per nome, anche se lo conosce, ma lo apostrofa in modo perentorio: "O t!" ("Ehi tu!") e se quello non risponde in meno di un secondo continua alzando la voce: "O NINO! Disi a t!" ("Ehi, ragazzo, dico a te!") con esiti imprevedibili sulle orecchie del nino e sulla fresca messa in piega della scira.
NINO (s.m.) Sostantivo maschile forse di derivazione spagnola (Nio: bambino) che indica un giovanotto o pi generalmente un figliolo che si vuol richiamare all'ordine.  l'unico caso al mondo di vezzeggiativo che serve a cazziare e naturalmente poteva nascere solo a Milano.
Spesso la milanese DOC vive ancora nel quartiere dove  nata o dove  andata a vivere dopo il matrimonio, e pu essere considerata tranquillamente una piccola vedetta lombarda di quartiere. Una CITY ANGEL che almeno non  vestita come un incrocio tra un giocatore dell'Arsenal, il Gabibbo e un par.
CITY ANGEL (associazione) Ronde buoniste. Le vedi spesso in stazione ad aiutare i barboni, pi spesso in TV. Una volta all'anno vanno sui piccoli schermi a sfamare in diretta i bisognosi per solidariet. Il gesto di solidariet  quello dei bisognosi, che regalano loro un po' di vetrina televisiva.
La milanese DOC sa vita, morte e miracoli di tutti, va a fare le iniezioni ai vicini pur non avendo alcun tipo di abilitazione infermieristica. La gente si fida di lei, pi che di un consulente finanziario, lei invece non si fida di nessuno. Soprattutto del suo nemico naturale: la nuora. Che ne uscir inevitabilmente sconfitta. O in direzione del pi vicino motel.
Nei vecchi quartieri di Milano la si pu incontrare anche in luglio con la pelliccia di astrakan, sopravvissuta alle guerre e al biossido grazie alla naftalina che ella divora al posto delle Golia, o dal parrucchiere, davanti alle chiese, ai mercati rionali di quartiere, dove appoggiata su una gamba come le gru quando pescano negli stagni, si ferma giornalmente a parlare con le amiche (CICCIAR UN CICININ).
CICCIAR UN CICININ (locuzione) Letteralmente: "Chiacchierare un po'". Il po'  conteggiato in solstizi ed equinozi.
Se le famose ronde invece che Borghezio le facessero loro, le milanesi DOC, anche gli spacciatori sarebbero intimoriti dal piglio autoritario e dalla minaccia di una discussione infinita su buche nell'asfalto, aumenti di acqua, gas, luce, quel trans del civico 18 che ha troppi clienti... e cambierebbero volentieri zona, senza reagire, salvo trovare un'altra scira e, di spostamento in spostamento, ritrovarsi serenamente al Polo Nord.
Gi, ma domani? Che accadr domani? Domani la milanese DOC magari sar nata a Bucarest, e star all'angolo della strada a chiacchierare con una cinese e un'indiana che si lamentano di quanto  rincarato il curry, mentre da una finestra una superstite di etnia meneghina, costretta in casa perch le gambe non vanno pi, scuoter la testa sussurrando: "Roba de matt". Roba da matti. Con un sorriso. Ben sapendo che, in fondo, ha appena passato il testimone.

 I milanesi estinti

Il titolo del capitolo non tragga in inganno: qui non si parla di milanesi passati a miglior vita (anche perch il vero milanese, per quanto ne sparli come il sottoscritto, non riesce minimamente a immaginare una vita migliore di quella che trascorre a Milano).  solo la risposta a una domanda che viene spontanea: visto che in citt abitano, crescono, prosperano cinesi, afgani, pugliesi, cingalesi, bergamaschi, ecuadoregni, forse persino qualcuno di Cuneo, che fine hanno fatto quelli che c'erano prima? Possibile che si siano estinti, o al massimo che ne siano rimasti pochi esemplari rinchiusi nelle poche case con ringhiera sopravvissute al delirium architecti? Che fine hanno fatto, per dire, i milanesi fighetta degli anni Ottanta, parodie di se stessi, protagonisti di tanti film estivi, con il mitico Guido Nicheli, detto Dogui, che li rappresentava perfettamente con il Ferrarino e le due ore da casello a casello tra Milano e Montecarlo? Be', questa  facile: stanno al governo e/o alla guida di Mediaset. E sopravvivono adattandosi a qualunque clima, perch hanno una smaccata tendenza a riprodursi, a patto di non finire in cattivit. Ma gli altri? Per voi che ve li siete persi e volete saperne di pi, ma soprattutto per voi che vivevate benissimo senza saperne di pi, ecco un prontuario, in modo che, nel caso li avvistaste, possiate segnalarli al WWF perch se ne prenda cura.
IL MILANESE CHE PARLA IL DIALETTO
Sono stati i primi a estinguersi dopo l'avvento di Internet, PC, smartphone, esclusi quelli che si sono buttati in politica e sanno usare l'iPad(ania).
Si ritrovavano nelle riserve delle bocciofile, dei piccoli bar trattoria oppure ai giardini o nei parchi, davanti alle scuole, per recuperare i nipoti, e l sfoderavano le loro espressioni pi colorite, che oggi farebbero comodo a molti tamarri almeno per variegare un minimo il turpiloquio. Ma i loro figli non hanno voluto imparare il dialetto perch non faceva figo e cos, chiuse le bocciofile (e aperti i Pizzarito, Pastarito o le sale Bingo), i milanesi che parlano il dialetto sono dapprima finiti ostaggi di panchine sempre pi ostili, circondati da colf sudamericane o asiatiche, o da badanti ucraine che da sole occupano almeno tre posti, e poi si sono lentamente rintanati nelle loro case, imprecando sulla soglia dei portoni, e infine in casa, in canottiera, mutande ascellari e ciabatte in pelle anche d'estate. A quel punto sono arrivate le gru dell'Expo e li hanno murati vivi. Se ne vede ancora qualche raro esemplare seduto ai tavolini delle cooperative o dei bar dei cinesi (quelli pi a buon mercato) mentre parlano, spesso anche da soli, di una Milano che non c' pi. Come lo so? Perch sono uno di loro.
L'EX SOCIALISTA
Dopo un ripopolamento corposo iniziato a fine anni Settanta e proseguito alla grande negli anni Ottanta, dal '92 in poi questa categoria ha patito una delle estinzioni pi massicce dopo quella del fenicottero rosa, delle tartarughe marine e di quelli che mettono la freccia quando escono dall'autostrada.
Negli Eighties, i socialisti erano riconoscibili per il loro stile di vita, che fu definito "un filo eccessivo" anche da Aristotele Onassis: macchine grandi come portaerei, vestiti firmati, con tante tasche, non sempre visibili, ma quasi sempre rinforzate... Loro, i socialisti, si nutrivano di aperitivi, colazioni e cene in locali eleganti, come pu esserlo la mise di una Marina Ripa di Meana al massimo della potenza. Ristoranti rinomati ed esclusivi, accomunati da una curiosa caratteristica: il conto lo portavano a loro ma lo pagavamo noi. Maggiorato del 10 per cento. A star bassi.
Nel fine settimana, i socialisti (ovvero amanti della socialit) si muovevano in branco verso localit di villeggiatura altrettanto esclusive. Tipo il Forte. O Portofino. O Porto Cervo. Che oggi sarebbe Morto Cervo se loro, gli ex garofanati, non si fossero reincarnati in un altro ramo del Parlamento (meglio se in tek o altro legno pregiato) e non continuassero la loro traiettoria inarrestabile di naufraghi del lusso. La cosiddetta Casta Away.
Antropologicamente parlando (immaginatemi ora come un Piero Angela con qualche capello in pi e un po' di cervello in meno) la maggior parte degli ex socialisti, come nel caso di alcune specie animali, soprattutto rettili, ha semplicemente cambiato pelle, mutando le proprie sembianze dall'oggi al domani, in alcuni casi dall'oggi all'oggi... Una delle peculiarit della specie, infatti,  sempre stata quella di adattarsi come camaleonti all'epoca e al momento storico, come in una sorta di mutazione genetica permanente. Non a caso il tipico verso dell'ex socialista : "Io sono sempre lo stesso,  il mondo che  cambiato", e gli consente di militare indifferentemente in Forza Nuova o nelle Giovani Marmotte, sempre con lo champagnino di ordinanza in mano.
IL CACCIABALLE DA BAR
"SCOLTUMA M, O DAM A TR" era il verso del cacciaballe da bar di meneghina memoria. Lo potevi incontrare sotto la galleria, davanti all'inevitabile camparino, in capannelli improvvisati nei pressi del Duomo, davanti alle edicole o chioschi equivalenti, o all'interno dei bar-tabaccherie (negli altri venivano spediti fuori velocemente perch consumavano poco e parlavano tanto, troppo).
"SCOLTUMA M, O DAM A TR" (invito pressante) "Ascoltami, dammi retta". Espressione idiomatica da bar, tipica di chi chiede ascolto e poi spara una roboante minchiata priva di qualsivoglia fondamento pratico, culturale, ideologico. Quindi quasi sempre funziona.
I cacciaballe sono sempre esistiti, intendiamoci, e non solo a Milano, ma i nostri erano polivalenti, potevano raccontare episodi (sempre mai vissuti) legati a ogni argomento: dalla fusione a freddo ai safari in Tanzania, alla prossima finanziaria. E tutto senza tradire la minima esitazione e men che meno un minimo di vergogna.
L'arte di cacciare balle nei bar e davanti agli altri e risultare credibili almeno per qualche minuto  una delle forme di comunicazione pi complesse ma i nostri eroi la padroneggiavano con maestria, senza esitazioni, guardando gli altri negli occhi e senza contraddirsi quasi mai (il "quasi" dipendeva dal numero e dal tipo di consumazioni).
Le balle, queste balle meravigliose, erano micce sempre accese, perfette per innescare nuove e sempre pi mirabolanti discussioni, per lo pi inutili e spesso concitate, che potevano durare anche ore, giorni, settimane.  capitato che il barista, di rientro da un mese di ferie, si ritrovasse il cacciaballe da bar davanti al medesimo: "Dunque, come dicevamo a giugno...".
Davanti ai biliardi, quando ancora non avevano lasciato il posto ai fast food e alle sale giochi coi videopoker, si consumava giornalmente il rito della balla pi grande, della grande illusione a cui alcuni degli astanti annuivano entusiasti come cagnolini da lunotto posteriore, circondati dalla spossatezza di chi annuiva per disperazione.
Vita privata, storia, cultura varia e pettegolezzo puro... il vero cacciaballe sapeva sempre come uscirne vincente, come ottenere il consenso e innescare il dubbio o la polemica. O meglio ancora la rissa. La sua pi grande ambizione era quella di essere ascoltato in silenzio, di attirare anche coloro che inizialmente si mostravano disinteressati ed erano l semplicemente per fare colazione, bersi un aperitivo, comprare un gratta e sosta, molestare una qualche sposa appoggiata al bancone.
Nel caso dei capannelli di piazza del Duomo si trattava di veri e propri appuntamenti giornalieri a cui il cacciaballe si recava come per un incontro di lavoro, preparato, metodico, puntuale e a vendere la sua impalpabile mercanzia. Che oggi, spesso, ricicla in politica.
Prima di estinguersi, gli ultimi cacciaballe si erano spostati nelle palestre, nelle saune, nei bagni turchi, giammai con intenti lubrichi ma al solo scopo di sfogarsi su un uditorio passivo, sfiancato dai vapori. Poi pi nulla. Evaporati. Gi ci mancano. O pi probabilmente no.
IL RADICA CHIC DE LA GAUCHE...
 (IL LEGNOSO DI SINISTRA)
La sinistra radica (proprio come il legno pregiato) chic milanese era l'intellighenzia cittadina, quelli che si ritrovavano nei salotti, prima che venissero rimpiazzati dalle terrazze e dai loft, davanti a prodotti slow food, biologici equo solidali, ma comunque e soprattutto molto cari, a discutere sul futuro della citt, sulla necessit di cambiare tutto, e sull'intollerabile aumento dei prezzi per affittare casa a Capalbio.
I radica chic nascevano vecchi e vecchi restavano. Gi da ragazzini, per tirarsi un po' su il morale, leggevano Gramsci e Pavese. Magari ascoltando Tenco. O Guccini. O direttamente Franco Trincale.
Vestivano in modo apparentemente dimesso, ma molto ricercato (e nel caso di qualche assessore Pds o ex sindaco il ricercato, alla fine, diventava lui). Questo perch c' sempre modo di trovare anche una sciarpa di seta, magari brutta e consunta, che costi tanto, appaia poco ma il tanto che serve a far capire che una persona normale mai potrebbe permettersela. Basta cercare nei mercati giusti.
I radica chic inauguravano librerie di sinistra, frequentavano locali alternativi di sinistra, uscivano in bicicletta insieme alle ore pi impensate, meglio se sotto un acquazzone, e prendevano la circonvallazione, di sinistra ovviamente e contromano. E finivano in ospedali di sinistra, come era una volta il San Raffaele. Che curava la destra e la sinistra non sapendo cosa faceva la mano destra, n quella sinistra.
Si vedevano poco, i radica chic milanesi, ma tutti a Milano sapevano che c'erano e cercavano di evitarli accuratamente. Perch i radica chic fanno venire anche i maroni, di radica.
Starne lontani in fondo non era difficile. Niente ristoranti macrobiotici o etnici, niente cinema d'essai con la proiezione abbinata del Raggio verde di Rohmer e di altri tre film di seguito di Nanni Moretti scelti accuratamente tra i pi spocchiosi e autoreferenziali, niente osterie fuori porta o alla fine dei Navigli, niente locali con musica alternativa, spesso pi che altro un'alternativa alla musica (o a un qualche suono intelligibile).
Per anni a Milano i radica chic si sono trovati schiacciati tra i Limousine Lovers, coloro i quali amano ostentare il lusso che non si possono permettere, e i Limousine Dreamers, ovvero quei tanti che non si possono nemmeno permettere di ostentare il lusso e si devono limitare a sognarselo, aiutati magari da qualche pastiglia o da un po' di polverina a buon mercato. Il radica chic invece vive il dilemma contrario. Spesso e volentieri  ricco, molto ricco, e potrebbe ostentare a ragion veduta tutto quello che ha. Ma se ne vergogna a tal punto da vivere in modo dimesso e convincersi di essere come gli altri, anzi anche un po' meno.
Per anni la citt, ubriacata dai festini e dalle serate in discoteca fino alle cinque, con il cornetto alla crema alle sei e il cappuccino, la citt dei concerti a San Siro (fino alle 23, senn i pensionati chiamavano i ghisa) e delle sfilate di moda con i ristoranti pieni di modelle, ha creduto che la categoria dei radica chic fosse definitivamente estinta... ma sono bastate le primarie del Pd, e le successive amministrative con l'elezione del nuovo sindaco, per farli riuscire dalle vecchie dimore del centro, dai salotti e dalle librerie, e riprendere lentamente il possesso della citt, dando quel tocco di vecchio a ogni cosa o manifestazione a cui hanno partecipato, persino al Gay Pride.
Va da s che la loro inclusione nel capitolo  una forzatura. I radica chic non erano estinti: erano in letargo. Anche se spesso, a guardarli da vicino, verrebbe da chieder loro se lo sanno di essere ancora vivi e soprattutto di essere, tutto sommato e con tutti i difetti elencati, una delle parti pi nobili della nostra vecchia Milano.

 I milanesi infiltrati

Essere milanesi DOC a Milano  una curiosa particolarit. Vuoi per il cosmopolitismo, vuoi per la globalizzazione, vuoi perch  TOTT UN BURLAGI DE NEGHER.
BURLAGI DE NEGHER (moto a luogo) Improvviso addensarsi in un luogo dato di cittadini dalla pelle particolarmente pigmentata.
Voglio comunque chiarire che questo capitolo non tratta dei flussi migratori, n di extracomunitari, ma degli infiltrati veri, cio di coloro che si mimetizzano pi o meno malamente spacciandosi per autoctoni, mentre hanno la stessa congruit intrinseca di un cavallino Ferrari sul cofano di una Punto (e infatti chi  che voleva metterlo sulle Fiat per costringere qualche gonzo a comperarle? Bravi: lui).
IL MALANESE
Gli infiltrati pi facili da scoprire sono i meridionali che da anni vivono a Milano e che, grazie alle ondate successive di immigrazione straniera, possono finalmente diventare un po' razzisti e intolleranti anche loro.
Il malanese di solito  perfettamente integrato e vive Milano meglio dei milanesi che ci sono nati; si  perfettamente abituato al freddo invernale che entra nelle ossa e all'umidit estiva dove si suda l'anima con disarmante facilit. Mentre il milanese si lamenta di tutto, perch vorrebbe che tutto tornasse com'era una volta, il malanese, invece, non si lamenta quasi mai di Milano, semplicemente perch una volta era altrove e non pu sapere che si stava meglio quando si stava meglio.
Il carattere principale dell'infiltrato malanese  quello di ostentare le abitudini locali facendole proprie, ad esempio cimentandosi col dialetto, ma con quel lieve accento siciliano che lo rende facilmente riconoscibile: "Ciao cummme te stet?". Ed ecco che gi con il "Ciao come stai?" lo si identifica per la tripla consonante, che smaschera inequivocabilmente il dialetto d'origine.
Vederlo mangiare la cassoeula come se fosse un piatto di paccheri di Gragnano ai ricci di mare, commentare le partite di Milan e Inter, facendo finta di disinteressarsi del Napoli o del Palermo, cantare o fischiettare O mia bela Madunina (pi fischiettare, sempre per il problema delle tre consonanti) con l'espressione del volto di chi sta in realt gorgheggiando O Surdato 'Nnammurato sono altri indizi che confermano il sospetto: siamo di fronte a un tipico infiltrato malanese.
Va comunque detto che il malanese, con tutti i suoi aspetti folkloristici,  forse quello che pi ama Milano e che Milano ricambia con altrettanta generosit. Molti malanesi sono diventati imprenditori, negozianti, dirigenti d'azienda al punto che possono permettersi di apostrofare il milanese DOC, quando passa davanti al bar o al negozio con il tipico verso "O, terron", ricevendo in risposta un benevolo sorriso e un amichevole "Ma v a d via el cuu!" sussurrato a denti stretti ma con amore.
L'ARTISTA INCOMPRESO
Altra tipologia di infiltrato nella Milano odierna  quella dell'artista incompreso, cio di colui o colei che non si trova bene, di principio, in nessun luogo al mondo, ma che ha scelto di vivere a Milano perch qui c' fermento culturale e artistico. Che  un po' come amare la carne in scatola e prendere la residenza a Bombay.
Il loro mondo in effetti  un universo parallelo, dove quello che conta  fare ci che piace sempre e comunque, dove pi gli piace, ed essere pure riconosciuti per questo eccentrici e innovatori. Milano, per converso,  una citt dove chi ci abita, vive o lavora, fa spesso ci che non gli piace affatto ma sa che lo deve fare per vivere per cui cerca di farselo piacere, e nel posto che se potesse scegliere sarebbe un altro, per essere poi riconosciuto come un noioso travet rompipalle (che nel campo artistico si traduce appunto con artista eccentrico e alternativo e per questo incompreso) per non dire "evitato da tutti" e destinato a una vita di lazzi e stenti. Tipo Bondi quando legge una poesia.
IL CASTING BOY
Tra gli infiltrati pi giovani, in una Milano operaia e operosa, c' una categoria di recente formazione: sono quelli che frequentano i casting per il "Grande Fratello" e per ogni altro tipo di game o talent show. Ragazzi pieni di speranze oppure di problemi - spesso le due cose coincidono - che tentano di risolvere un'esistenza grama cercando una scorciatoia per il successo, ovvero un tram che generalmente li porta dritti al capolinea o li scarica alla prima fermata senza dar neanche il tempo di timbrare il biglietto.
Ragazzi come tutti gli altri, direbbero in ogni altra citt d'Italia. Ma a Milano no. Qui uno che cerca scorciatoie lo guardano male da subito, perch nello spirito e nella tradizione milanese se c' un percorso da fare lo si fa tutto e anzi, se possibile si cerca di allungarlo un po' cos nessuno avr niente da dire o da recriminare. C' gente che per andare dal fornaio devia sulla tangenziale nord. E quando gli chiedono perch, risponde: "Mi sembrava troppo facile".
Per questo, il casting boy pu essere inserito nella tipologia degli infiltrati a Milano, proprio perch  molto diverso dagli altri e si nota subito: mentre gli altri affidano le loro speranze a un lavoro, tipo il mio amico barista che apre alla mattina alle sei e stacca alle sette di sera, il casting boy, quando non  convocato per un provino, di solito esce alle sette di sera e rientra alle sei. Purtroppo, rientra. Con tutti i pali e i ghisa che ci sono.
Egli frequenta solo i suoi simili, anche perch con gli orari che ha potrebbe vedersi solo con dei metronotte, e anche perch i locali che frequenta non sono per tutti, ovvero non ci si pu incontrare gente molto diversa da loro. I diversi li cacciano a pedate nel culo.
Si veste come richiede la moda, anche se non si capisce quale, e di solito, anche per motivi prettamente economici,  sempre quella dell'anno prima. O di molti anni prima. A volte ere geologiche. Poi uno dice: com' che gli anni Settanta tirano sempre? Intanto perch a Milano il verbo "tirare"  una garanzia. Poi perch trattasi in realt di mero recupero degli abiti smessi da genitori e riattati alla meglio, siano rumenta punk, schifezze anni Ottanta alla Simon Le Bon del Gratosoglio, o patchwork colorati che avrebbero fatto schifo pure agli Inti-Illimani.
Il casting boy non ha credo politico, non ha idee, se le ha sono scaricate da eMule, copiate da Rete 4, sorseggiate insieme a un'altra caipiroska in corso Como. Si esprime come si usa nell'ambiente che frequenta, ovvero con il linguaggio degli SMS e del T9, con la sola differenza che  parlato, ed  per questo che si fa riconoscere subito gi dai primi fonemi: "Tvumb, vdvc, fdp".
In una citt che non si ferma mai e sta con i piedi per terra, il casting boy, quando non viene selezionato, vive parcheggiato con i genitori sul divano di casa. Loro lo spostano solo quando c' il Tg o "L'eredit", anche un po' scocciati imprecandogli contro. Ma lui (o lei) EL FA NANCA UN PLISS e si sposta solo di giaciglio o va in piazza a trovare i suoi simili che, pi o meno alle stesse ore, sono stati cortesemente invitati a lasciare i divani delle loro case. Per sempre. Ma non raccolgono l'invito.
EL FA NANCA UN PLISS (atteggiamento) Modo compassato di reagire a eventi improvvisi. Es. Quando gli arriva l'ennesimo avviso di garanzia, Berlusconi accende Ghedini col telecomando e fa nanca un pliss.
Quando sono ai casting, be', li riconoscete: lui canta Nek, lei Giorgia, e finiscono fuori al primo gorgheggio. Anche perch erano le selezioni per "Ballando con le stelle".
GLI ATIPICI
Ci sono poi delle tipologie atipiche milanesi, la cui collocazione nella categoria degli infiltrati tiene conto della distanza, in termini di comportamento e filosofia di vita, dal modello classico di milanese.
Le tre microcategorie sono i felici a oltranza (semper allegher), gli insoddisfatti cronici (mai content) e i normotipi, ovvero le persone normali (quei che gh' nient de d, l' propri una brava persona).
Il semper allegher
Il semper allegher  quel tipo di individuo che non si fa mai problemi; se il metr ritarda per un guasto, ne approfitta e si legge il giornale sereno, se la scala mobile non funziona non aggredisce l'addetto che sta fumando, ma cambia scala. Se al ristorante non c' il suo piatto preferito, o se  scritto ma l'hanno esaurito perch non  stagione (e non  MAI stagione) si mette subito a cercare sul menu qualcosa di nuovo, o attinge al cartoccio che si era previdentemente portato da casa.
Il semper allegher non si lascia mai condizionare dagli eventi. A volte  quasi un poeta. Se comincia a piovere ed  in motorino, si ferma sotto un ponte e riesce a sentire il profumo dell'erba bagnata persino sulla circonvallazione. Il fatto poi che lo si veda sorridere camminando, e non correre o camminare spediti e con il muso come il 99 per cento dei passanti, lo rende persino un po' antipatico agli altri che, in cuor loro, e non lo ammetteranno mai, vorrebbero vederlo almeno prendersi una storta scendendo dal marciapiede, o al limite anche pestare una cacca di cane, anche se li potrebbe stupire ancora dicendo: "Ma v l, che el mna bun dai...!" ("Vai che porta fortuna"), pulirsi la scarpa con una foglia e ripartire fischiettando Sono un ragazzo fortunato di Jovanotti. Fino a scivolare, meritatamente, dentro un tombino lasciato aperto. Da me.
Il mai content
Il mai content viene qui catalogato come infiltrato perch in fondo il milanese DOC, per quanto lamentoso e mai troppo euforico nel fare le cose, si lamenta il giusto. Anzi, spesso fa pure finta di divertirsi, cosa che gli riesce bene soprattutto dopo una certa ora, tramite additivi sintetici e dosi spettacolari di mirto (al momento attuale sulla piazza di Milano pare che costi di pi e sia pi difficile procurarsi i due mirti). Il mai content, invece,  un professionista dell'insoddisfazione totale. Se il metr ritarda pensa subito al peggio: "Ma con tutte le linee che ci sono a Milano sempre sotto la mia si devono buttare?". Se il suo piatto al ristorante non c', chiama il cameriere e chiede il conto: "Perch ogni volta ormai  cos! Da quando hanno fatto i soldi... M CHI GHE VEGNI P!".
M CHI GHE VEGNI P! (minaccia) Frase che di solito si  pronunciata la sera prima nel ristorante in cui si sta cenando.
Il mai content di solito tifa Inter (se ne parla nel capitolo dedicato) in modo da poter sacramentare se non entra il quinto scudetto consecutivo. Se comincia a piovere e il mai content  in motorino, lo lascia imprecando vicino a una metropolitana (la stessa che poi trover bloccata due fermate dopo) e quando il giorno dopo torner a riprenderlo trover che gliel'hanno rubato nonostante la catena da nave da crociera all'ormeggio e l'antifurto elettrico, cos almeno avr un motivo valido per qualche giorno per essere... mai content.
Gli altri milanesi, che all'inizio non lo riconoscono perch una buona dose di lamentazioni sul caldo, sul freddo, sul traffico, sui giovani e sulla sicurezza fa parte del bagaglio classico di conversazione milanese, dopo un po' iniziano a capire di che tipo si tratta, quando prende a lamentarsi dei soldi. Quello  il segnale. Quando mormora: "ANCA AVEGH TROP DANEE... HIIN SEMPER PREOCCUPAZION", gli altri capiscono con chi hanno a che fare. Un vecchio amico, gestore di sala ippica (l'antesignana della SNAI, dove si scommetteva solo sulle corse e non sul cappellino di Kate al matrimonio reale), diceva sempre: "Scherza con i santi ma lascia stare i contanti".
ANCA AVEGH TROP DANEE... HIIN SEMPER PREOCCUPAZION (considerazione) Letteralmente: "Anche avere tanti soldi, son sempre preoccupazioni". Locuzione tipica di chi non ne ha. Vedasi Esopo in La volpe, l'uva e i danee.
Del resto, se si godesse i soldi che ha (e ne ha, il bastardo), se le cose gli andassero tutte bene, se la vita gli sorridesse non solo perch le ha appena sganciato cento euro.... ma come farebbe poi a lamentarsi? Non potrebbe pi fregiarsi del titolo di infiltrato mai content e sarebbe una tragedia. Sulla quale poi lamentarsi per giorni.
Il normotipo
Infine eccoci al normotipo. Ovvero il normale. Come mai una persona normale a Milano passa per un infiltrato? Semplicemente perch nella Milano odierna la vera e unica trasgressione rimane la normalit. Se sei normale sei trasgressivo. Ovvero se la mattina esci e vai al bar, ti fai il cornetto crema o marmellata, ma anche vuoto e lo inzuppi nel cappuccino leggendo la "Gazzetta" del bar a sbafo, sei normale. E rispetto a chi alle nove e mezzo si  gi fatto un'ora di jogging sul tapis roulant in palestra, poi un bagno turco, mezzo pompelmo, quattro noci crude e un bicchiere di latte freddo da allevamento bio con omega 3, be' rispetto a questo Robocop della Bovisa il trasgressivo sei tu, con il baffo del cappuccino lasciato a seccare sul labbro superiore.
Se sei fermo al semaforo o in coda sulla tangenziale e ti metti a contare gli uccelli appollaiati sul guardrail, oppure a cantare una canzone alla radio senza aver paura che gli altri ti guardino, se cominci a pensare alle cose tue e magari sorridi, invece di smanettare con tre telefoni e due auricolari, cercare indirizzi sul navigatore e perdere le cuffie dell'iPod mentre la coda si muove di un metro e mandare a d via el cuu un altro come te che appena la coda si  mossa ti ha suonato col colpetto di clacson isterico da dietro... be' allora se riesci anche a spegnere la radio quando c' il notiziario... allora sei una persona normale e come tale un vero trasgressivo. La domanda : che ci fai a Milano?

 Milano e le sue tre T...
 Tempo. Traffico. Telefono.

Le cosiddette tre T, storicamente, appartengono a Cremona (torri, tette e torrone) o Bologna (torri, tette e tortellini). La costante delle tette, segno di paciosa accettazione del rapporto di sudditanza tra l'uomo e la donna, o meglio di una parte rotonda della donna, viene meno quando la triplice consonante si applica a Milano. Laddove le tre T traslitterano in tempo, traffico e telefono. Per quanto le tette non manchino, soprattutto a chi  abbastanza abbiente da potersele permettere.
IL TEMPO
I milanesi non hanno tempo. Se parlate con loro, uomo o donna  indifferente, e state esprimendo un punto di vista, commentando un'affermazione, insomma dialogando, il vostro interlocutore entro massimo un minuto distoglier lo sguardo, inizier a dare segni di nervosismo oppure a guardare l'ora con movimenti repentini dell'avambraccio e ripetuti a distanze sempre pi brevi. Non  cattiva educazione (in realt s, ma questo  un libro che i milanesi li difende) ma un gesto che va recepito come una cortesia, il preciso avvertimento che il tempo a Vostra disposizione  irrimediabilmente scaduto e che  meglio risentirsi pi in l, a data da destinarsi. Tipo quando la Fidelis Andria vincer la Champions League. Il perdere tempo o, pi raramente, il farlo perdere agli altri,  una delle maggiori ossessioni dei milanesi, tanto che rimpicciolire il tempo  una delle perversioni verbali pi sentite in citt: "Hai un attimino?", "Mi fermo ancora solo un minutino", "Ci vediamo una mezz'oretta, di pi non posso". Curioso come certi diminutivi generino, se presi complessivamente, un superlativo assoluto, visto che fanno cagarissimo. Ma rappresentano un simbolo, un mezzo: l'attimino, il minutino, la mezz'oretta servono a sdrammatizzare la perdita di tempo subita o causata agli altri. Una canzone simbolo di Milano, O mia bela Madunina, recita testualmente: "A Milan se viv la vita, se st mai cont i man in man". Ossia: "A Milano si vive la vita, non si sta mai con le mani in mano". Stare con le mani in mano o parlare di argomenti futili come ad esempio l'amore e la pace nel mondo, invece che dell'ultima chiusura di piazza Affari o dell'ultimo estratto conto  considerato peggio che nocivo.  come Paolo Brosio a un dibattito sul giornalismo: inutile. Noi siamo cos: anche la domenica mattina in chiesa o durante la visita al cimitero si sente suonare sempre un telefonino, o si discute animatamente, anche se sottovoce, di lavoro: nemmeno di fronte all'eternit si ha tempo da buttar via, a Milano.
Ecco alcuni dei principali sintomi della sindrome PPD (Perditempo Pentito Depresso):

 arrivare a leggersi il giornale comprato al mattino alle otto di sera, in bagno: "Il Sole 24 ore", mica "Le Ore";

 guardare sempre il telegiornale mangiando e commentare le notizie a bocca piena (ovviamente parlando da soli perch gli altri hanno gi mangiato prima, a un'ora civile);

 sentirsi in colpa se si fa un bagno e ci si sofferma a giocare un attimo, anzi un attimino con la schiuma o la spugna, se si va al parco con il cane o a fare due passi con i propri figli invece di fare almeno due o tre telefonate o vedere un video sullo smartphone da YouTube aggiornando Twitter con le mani sul bottom della colf Philippines;

 essere felici di trovarsi al supermercato da soli alle nove e mezzo di sera a far la spesa, convinti di aver risparmiato tempo, piuttosto di aver buttato via una serata;

 leggere un libro fino a pagina 150 e doverlo ricominciare perch ci si  accorti che si pensava ad altro mentre lo si leggeva;

 vedere invecchiare i libri impilati sul comodino a fianco al letto. Il sintomo pi grave  trovarci ancora La capanna dello zio Tom buttato l con un segnalibro a pagina 50 da praticamente quarantadue anni. Nel frattempo lo zio Tom  diventato presidente degli Usa;

 camminare nervosamente come in sala d'attesa di una clinica ostetrica mentre vostra moglie sta partorendo e invece accorgersi di essere all'autolavaggio;

 trovarsi a camminare con il passo di un maratoneta che dopo 41 chilometri entra nello stadio e vede il traguardo anche quando state passeggiando per andare a prendere il giornale e i pasticcini la domenica mattina;

 addormentarsi per stanchezza in chiesa durante la comunione in piedi come i cavalli, oppure al cinema a una prima visione di un film, o anche a una cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario (ma in quel caso minimo siete premier, dunque la sfangate).

IL TRAFFICO
Per noi a Milano il traffico  diventato come il vicino di casa rumoroso del piano di sopra. Quando c', ci si lamenta perch disturba. Quando non lo senti pi per due giorni ne senti la mancanza, perch in fondo senza "Tempesta d'amore" che passa attraverso i muri a un rumore insopportabile ti pare quasi di essere abbandonato da dio (e passi), dagli uomini (e insomma) e dalle donne (ma in questo caso bastano l'ADSL e la password d'accesso a Escort Forum).
Noi milanesi senza traffico non sappiamo stare. Tant' che quando non ne troviamo lo andiamo a cercare. Anche i navigatori satellitari si sono rassegnati: a Milano, se digitate l'opzione "itinerario breve a traffico ridotto", la voce vi risponder: "Ma sei sicuro?". E alla risposta "no", vi guider docile al primo ingorgo disponibile, un apostrofo rosa tra le parole "Scusa, tarder mezz'ora: purtroppo c' traffico". Anni fa, alcuni milanesi furbi, stanchi del traffico cittadino e delle interminabili code sulle circonvallazioni, hanno avuto la folgorazione sulla via di Binasco e si sono trasferiti in periferia, o meglio nel famigerato hinterland che molti, per via di una "h" che scompare in fase di scrittura, ritengono erroneamente una riserva per tifosi della BENEAMATA.
BENEAMATA (agg.f.) Antico sinonimo per l'F.C. Internazionale Milano. Poi Moggi provvide a rendere pi beneamata la Juve. Cash.
Per qualche anno, l'effetto campagna-alle-porte-della-citt ha funzionato ma poi, dato che nel frattempo i transfughi dalla citt erano diventati migliaia, anche il traffico si  trasferito in campagna. Cos, mentre prima c'era solo la circonvallazione da fare per poi arrivare a casa in due ore stremati, stressati e affamati, oggi vanno aggiunte anche tangenziale, Autostrada dei Laghi, Milano-Genova. Qualcuno per arrivare a casa passa anche dal Brennero. C' gente che abita a Gallarate o Bereguardo e ormai si  abituata a farsi l'aperitivo sulle piazzole di sosta, insieme a un camionista romeno e una signorina che sta per partire in direzione Arcore, o a cenare al primo autogrill dove il commesso dello Spizzico gli chiede con finto servilismo: "La solita Margherita, dottore?". I suicidi allo Spizzico sono purtroppo in costante aumento.
Il dato pazzesco, incredibile, inspiegabile neppure alla terza analisi sociologica o al quinto daiquiri,  che si leggono ancora cartelloni pubblicitari di societ immobiliari che promuovono e tentano di vendere villette a schiera, disposte nel nulla di una subperiferia trafficata, pista d'atterraggio per le zanzare d'estate e ghiacciata come la tundra in inverno, con l'allettante slogan "A soli tre chilometri dal centro di Milano. In linea d'aria". Come se l'acquirente all'atto del rogito acquistasse anche la capacit di volare. Peraltro, va detto che chi ci casca un po' piccione nell'anima lo .
Il milanese, peraltro, sa organizzare i tempi morti. A costo di ucciderli personalmente. Cos ha da tempo trovato il modo di gestire il tempo in modo ottimale durante gli spostamenti. Dell'uso del cellulare parleremo alla voce Telefono (la terza T), mentre vanno qui ricordate (per difetto) solo alcune delle ottimizzazioni acrobatiche pi frequenti sulle strade ambrosiane: lettura del giornale aperto sul volante, ricerca della chiave del box caduta sotto il sedile con auto in marcia, smanettamento furibondo delle frequenze autoradio, manipolazioni multiple sul navigatore o computer di bordo per i pi ricchi, con interazione e discussioni infinite tra il guidatore e la voce guida, o anche (per i meno abbienti) interminabili discussioni con se stessi, canzoni cantate a squarciagola, sempre e comunque a finestrini sigillati anche per evitare aggressioni o lancio di oggetti dagli altri in coda, sesso acrobatico, sesso acrobatico solitario, brevi numeri di micromagia.
Negli ultimi anni, anche per una situazione ambientale abbastanza insopportabile (persino le rondini, pur di non arrivare senza fiato e con la bronchite alle Canarie, evitano Milano durante le migrazioni), il Comune ha tentato di disincentivare l'uso dell'auto con l'Ecopass - il ticket per auto inquinanti - che ha di molto alzato il "Vadavia il Q.I." ossia il quoziente intellettuale dei milanesi: i pi ricchi hanno risolto comprando una macchina elettrica, anche se non hanno ancora capito come riarrotolare la prolunga alla sera. Gli altri hanno reputato meno costoso rivolgersi al cognato del cugino per farsi togliere le multe. Altro tentativo  stato fatto con le biciclette del Comune. I milanesi le hanno cos apprezzate che molti se le sono tenute come ricordo. I pi scaltri. Gli altri stanno ancora tentando di risalire dal centro della Terra dove sono precipitati dopo essere finiti in uno dei millanta cantieri dell'Expo. E meno male che i mezzi pubblici... scusate, ho sbagliato esempio. A Milano, purtroppo, i lavori per la metropolitana partono per la tangente ma poi chiss quando arrivano. E intanto riducono la citt peggio che Tripoli al millesimo bombardamento. "Scusate il disagio, stiamo lavorando per Voi" c' scritto sui cartelli. Ma sempre pi spesso una mano apocrifa aggiunge: "Io vi scuso anche, ma per carit fermatevi!".
IL TELEFONO CELLULARE
Il telefono per i milanesi ormai non  pi nemmeno uno status symbol, ma una protesi, fondamentale come un pacemaker per un cardiopatico o il cerone per un Presidente del Consiglio. Fino a qualche anno fa un milanese senza telefonino era considerato un poveraccio e per questo evitato da tutti, compresi familiari e amici, che con la scusa di non sapere dove chiamarlo lo ignoravano bellamente. Oggi, nell'epoca dei tre cellulari pi un palmare, pi uno smartphone, pi l'iPhone, e l'iPad, pi il tablet con sistema Android e il Googlefonino perch non si sa mai, metti che mi chiamino l, ebbene proprio in quest'epoca sta sorgendo forte il sospetto che il tizio che ha solo il telefono fisso di casa e nemmeno cordless, ma con il filo, di bachelite grigia, forse ha capito tutto anni fa. Anzi: senza forse.
Ma per il milanese non  cos. Egli giustifica con la reperibilit la sua tecnodipendenza. Ne ha almeno tre, di telefonini, e un numero di schede variabile da cinque a "n" tendente a infinito. E non gli basta un telefonino vecchio modello da pochi euro. Egli esige, a costo di non pagare il biglietto del tram (trattasi di balla ad usum controllorii), quello con Internet incluso, traffico dati e fotocamera a milioni di pixel ad altissima definizione, per poter allegare alla chiamata anche un bel MMS con la foto del pirla che si ha appena tamponato perch si stava spedendo una mail - nella migliore delle ipotesi - o del tram che si  agganciato all'incrocio perch si stava aggiornando lo status su Facebook (da qui il celebre modo di dire "TACCHES AL TRAMM").
TACCHES AL TRAMM (locuzione) Invito a legarsi saldamente a un mezzo di locomozione pubblico. Pu significare anche l'esortazione a far da s dopo che il destinatario dell'invito  mancato in qualche comportamento precedente (Es. "Hai votato la Moratti? Adess tacches al tramm").
Spesso con l'iPhone ci si chiama sul BlackBerry in modo da rispondere e allontanare lo scocciatore. Un trucco, quello dell'autochiamata, che funziona benissimo anche per ben figurare al ristorante. Una volta (non invento niente) esisteva un'azienda, naturalmente con base a Milano, che ti telefonava all'ora richiesta per simulare impegni di lavoro e popolarit esplosiva. Adesso, al ristorante, si fa cos: il giovane manager pieno di gel ma non di amici o colleghi che lo cercano, prende un cellulare e si dirige alla toilette, si chiama da solo, torna al volo al suo posto appena in tempo per sentire la suoneria, spegnere con un gesto risoluto e pronunciare a voce alta la formula classica: "Ancora? Ma chi  che rompe le palle anche a pranzo?". La solitudine dei primi numeri dal 335 al 393.
Un ruolo fondamentale ricopre la "finta telefonata tattica", che ci permette varie soluzioni:

 evitare di continuare discorsi inutili con persone che fan perder tempo e basta (i modelli pi recenti hanno una specifica applicazione che pu programmare la finta chiamata all'ora desiderata permettendovi di sottrarvi al prolisso rompiscatole: si chiama "I-scassato il caXXo");

 evitare di assistere a incidenti per i quali poi si dovrebbe testimoniare fingendo di essere al telefono;

 idem quando da lontano si avvista un testimone di Geova con le riviste sottobraccio che vi sorride all'uscita del metr, oppure un venditore cinese di accendini a forma di cesso o di strani animaletti pelosi e luminosi mai contemplati neppure da Darwin;

 ibidem quando un conoscente o qualcuno vi viene incontro con la tipica faccia di chi non vi vede da anni ma fiuta l'occasione per chiedere un prestito all'impronta: "Sai quel vecchio sogno di aprire un catering filippino?";

 e ancora in macchina, in treno e tra poco anche in aereo, e persino al cinema e a teatro, il telefonino acceso che si illumina, che vibra o persino che suona poco prima del decollo o durante la recita permette non solo a chi vi chiama di riconoscervi, ma anche agli altri che vi stanno intorno... perch grazie a quel piccolo gesto, a quel trillo ascendente o a quella luce che vi illumina il volto all'interno di una sala buia con centinaia di persone che ascoltano, ebbene quel piccolo gesto permetter anche a loro di conoscere l'immenso e immane pirla che siete.

Questo perch per il milanese, GSM o smartphone, banda stretta o larga, HSPA o Internet non contano nulla, quel che conta  che siano "l'ultimo modello", in modo che gli amici al bar piuttosto che i colleghi in ufficio vedendovelo estrarre come un revolver nel saloon del vecchio West, indossino un'espressione a met tra lo stupore e il travaso di bile e mormorino: "Ma  nuovo? Non ne ho ancora visto uno cos in giro". Le case che producono telefonini ormai l'hanno capito e cos lanciano sul mercato, specie quello meneghino, un modello ogni venti minuti circa, con una velocit poco meno inferiore a quella dei libri di Bruno Vespa.
Comunque grazie all'uso di sempre pi telefonini a Milano la gente parla di pi, spesso non sapendo con chi, ma parla. Spesso straparla. Tanto che dopo un tot di chiamate perde il controllo e inizia a parlare a voce alta solo perch uno chiama da lontano, a rispondere a monosillabi, mentre intanto guida, corre, gioca a squash, rutta, dimenticando alla fine persino il motivo della chiamata e con chi stava parlando. Proprio a Milano le compagnie telefoniche stanno studiando delle tariffe personalizzate tipo la "Me&Me" (per inciso, a rigor di pronuncia, le iniziali della citt) dove il milanese pu chiamare se stesso da un telefonino all'altro per soli 9 centesimi al minuto. Per una volta, dato che parla da solo, senza diventare cianotico, arrabbiarsi o alzare la voce. Cio senza il tratto distintivo delle chiamate "made in Mi": sempre e rigorosamente lo "scazzo alla risposta".
CONSIGLI UTILI
Se il problema di Palermo  il traffico, Milano non scherza. Anche qui  pieno di Johnny Stecchino che sono diventati da tempo i piloni dell'economia. Solo che nei piloni c', spesso, qualche tizio che sapeva troppo. Poi esiste, appunto, l'altro traffico. Quello pi canonico che ha fatto la fortuna di numerosi cabarettisti e che a Milano presenta almeno un elemento di diversit dal resto d'Italia:  prevedibilissimo. Si presenta puntuale alle otto del luned per andarsene altrettanto puntualmente il venerd pomeriggio verso le 17.30. Non solo, oltre alle fasce orarie sono assolutamente scontati pure i momenti di maggiore congestione: Settimana della Moda, Salone del Mobile, Mi-Sex... tutte manifestazioni che portano a Milano migliaia di persone, le quali si mettono d'accordo prima per muoversi quasi tutte in macchina e tutte nella stessa giornata e alla stessa ora. Perch? Per creare un alibi. Il percorso che altrimenti verrebbe coperto in dieci minuti diventa un dedalo di cinquanta che fornir al milanese comune fior di giustificazioni: "Maledetta settimana della moda, ma perch non se ne vanno tutti a Parigi a intasare le strade?" oppure "Scusatemi, ho fatto tardi, ma sapete che questa settimana c' il Salone del Mobile e non ci si pu muovere...". Il tutto in barba alla nuova Fiera di Pero Rho (infatti chi ci passa davanti esclama: "Perh, almeno un parcheggio potevate mettercelo") che ha spostato fuori dalla citt parte dell'ingorgo, cosicch se sei in viale Zara l'alibi tenderebbe a non reggere. "Tenderebbe", perch il milanese ormai tollera queste innocue bugie nella speranza che anche le proprie passino in cavalleria, magari quelle legate al nuovo mantra del ritardo da asfalto: l'Expo del 2015, per cui ogni coda che si incontra per lavori, ogni blocco del traffico anche se momentaneo, dovuto magari a un semaforo rotto, ogni volta che ci si ferma a comprare la focaccia di Recco per i bambini... si intona la bugiola salvifica: colpa dell'Expo. E dall'altra parte del telefono colgono l'occasione per un caff alla macchinetta. O una barretta dietetica. Strapagata. C' da temerlo, l'Expo, se mai arriver davvero. Ormai i milanesi si dividono in due, quelli che l'aspettano solo per dire: "Ve l'avevo detto che sarebbe andato male" e quelli che gi adesso dicono che andr male e che non porter vantaggi per nessuno. Di solito sono commercianti che si lamentano dei prezzi e poi li aumentano senza criterio o evasori che protestano perch la gente non paga le tasse, al posto loro ovviamente.  un tipo umano molto diffuso anche fuori da Milano, ma siccome questa fu,  e sar capitale morale, potremmo assurgerlo al rango di categoria universale: i FLB, ovvero i Face like a Bottom, la faccia come il cuu. No, non ho detto cuc. Ho detto cuu.
Eppure, nonostante il traffico, la polizia locale verde padano col fisico di Fantozzi (il braccio oversize della legge), i cantieri seminati qua e l secondo un criterio che poi andremo a descrivere in un altro capitolo (un criterio prt--porter), i tassisti che durante le settimane succitate sono come quelli americani, nel senso che forse sono a New York perch in giro qui non se ne vedono e quando arrivano il tassametro  salito cos tanto che solo da l potevano arrivare, ebbene, nonostante tutto ci... Milano si muove. Anzi, corre. E i milanesi le corrono appresso senza mai perdere il passo. Temono di restare indietro e finire in provincia. Oggi basta distrarsi un attimo e sei gi in Brianza, magari ad Arcore, sulla Buick di Lele Mora. E allora meglio fidarsi dell'entropia milanese, che forse non produrr la luce, ma movimento s. Ci si muove sempre e comunque a Milano, anche se spesso non si sa dove si va. Si seguono le correnti. Cosicch ti ritrovi senza volerlo alla Bovisa mentre dovevi essere in zona Navigli alla stessa ora. Ma al milanese va bene lo stesso. Qualcosa da fare lo trova anche alla Bovisa, e se non lo trova se lo inventa pur di non ammettere di aver perso oltre alla strada, del tempo. Con mia grande sorpresa (e tua, immagino, amico lettore) voglio per spezzare una Lancia (Ipsilon) a favore dei trasporti pubblici milanesi. Il Borghezio che c' in me li definirebbe una teoria di suk semoventi (li affollano quasi solo indiani, marocchini, ucraini, pakistani, sudamericani, africani) che per a volte magicamente viaggiano in orario, per la felicit anche dei pochi pendolari nostrani, sorta di operosi, ordinati, piccoli insetti che si muovono sottoterra tra un suonatore ambulante e l'altro mentre i graffiti (ossia le porte della metro) si aprono ordinate e sincronizzate come in una canzone di Gaber. Si muove, l'altra Milano. Quella che non prende la macchina, spesso solo perch non ce l'ha, e diserta lo scooter, quasi sempre perch non lo sa usare oppure l'ha comprato al figlio e non ha il coraggio di chiedere un passaggio, anche perch il figlio  quasi sempre imbottito di ecstasy fino alla visiera del casco. La metro, quanto mi piace la metro. Una specie di trib: la rossa, la verde, la gialla... il passante ferroviario, che sarebbe poi un tizio stufo dei fisarmonicisti ungheresi che scende dal vagone e va a piedi...
Linea rossa
Sulla linea rossa si trovano quasi tutti i milanesi extrametropolitani, un popolo che vive fuori dalla cerchia cittadina e che si riversa in citt con treni sempre caldi d'estate e ghiacciati d'inverno... oppure, nelle ore di punta, riscaldati dal fiato umano, il che disegna uno scenario molto mistico, tipo grotta di Betlemme. Solo che a Betlemme i punkabbestia si chiamavano Re Magi e portavano oro, incenso e mirra invece dei dobermann.
Sulla linea rossa si trovano le carrozze pi vecchie, le facce pi stanche, le scritte pi inquietanti sulle pareti.  una linea vissuta, vissuta un po' male, che per funziona sempre, o quasi. Si blocca solo quando qualche disperato decide di buttarsi sotto un treno, fermando il traffico per ore. Ed  qui che per fortuna esce tutta l'umanit dei passeggeri, lo spirito di solidariet umana che contraddistingue le civilt rinascimentali da quelle quasi al capolinea: "Ma con tuti i color che gh'in propri sotta alla russa el dueva butas... ma porca... ma v a d via i ciapp".
Linea verde
La linea verde  quella pi moderna, gravida di studenti e colletti bianchi, che vivendo a Milano o zone limitrofe percorrono tratte pi brevi e salgono e scendono pi o meno tutti nelle stesse stazioni (Centrale, Garibaldi e Loreto) formando una marea profumata di eau de toilette D&G che non di rado trascina qualche turista ignaro o qualche pendolare assonnato a lezioni di cui non sanno nulla o in qualche importante riunione di primo piano, dal quale fuggono calandosi con un lenzuolo.
Linea gialla
La linea gialla invece  quella forse pi snob e trendy, frequentata prevalentemente dalla trib dei radica chic metropolitani, quelli che la bicicletta  troppo faticosa, mentre il SUV consuma troppo e lo scooter col tacco dodici non si guida poi cos bene. Per quanto... per capire la linea gialla basta declamare la sequenza delle fermate: Duomo, Montenapoleone... insomma: roba di lusso. Per cui o si va in limousine o in linea gialla, che essendo anche la pi recente  la pi nuova e moderna, anche se, grazie all'instancabile lavoro dei writer, che spesso lasciano solo la firma e si dimenticano l'opera, sta rapidamente raggiungendo i livelli di degrado delle altre due. Con l'unica differenza che il tag minimo l'ha lasciato un cugino di Lapo Elkann. Che colgo l'occasione, insieme a tutti gli altri eroi della bomboletta, per mandare cordialmente a taggare.
IN SINTESI
Nonostante tutto ci le metropolitane sono il fiore all'occhiello dei trasporti milanesi (non ho detto dove  posizionato l'occhiello, comunque rimane il fiore) e permettono ai miei concittadini di muoversi senza sosta sopra e sotto la citt per poter dire poi con orgoglio a fine giornata: "L' tut el d che giri... e u combinat nagot" che poi  il vero obiettivo di chi vive in questa citt, che come si sa... la sta mai cont i man in man e infatti in metropolitana, in tram o in autobus, spesso le mani, per un motivo o per un altro, sono in pochi a tenersele in mano o in tasca e cos pu capitare di ritrovarsele casualmente nelle tasche. Le vostre.
Il tram a Milano...
"CIAPA EL TRAM BALORDA, CIAPEL T CHE M SONT SURDA" (filastrocca popolare milanese) "Prendi il tram, balorda, prendilo tu ch io son sorda".
Milano  una citt che si attacca al tram. Non quando cerca un posto per l'auto (qui  nato il celebre parcheggio a lasagna, l'unico a strati di lamiera sovrapposti su un unico marciapiede), ma quando l'altro, il cubo d'acciaio arancione, verde, talvolta giallo, le restituisce una qualche certezza di percorso nell'anarchia di traiettorie che lo circondano.
Se la locomotiva di Guccini, razza Appennino, non a caso lontano mille miglia da qui, marciava sicura verso una lontana destinazione, il tram milanese  il paradigma di percorsi brevi e sempre uguali. Proprio come quelli che compie la citt da diversi anni. Venivamo da lontano, un tempo. E andavamo lontano. Ora veniamo da qui dietro e scendiamo alla prossima.
Io che sono nostalgico da quando ancora non ero nato, ho l'immagine di un tram antico, con il rostro d'acciaio davanti, che se per caso lasciavi la macchina vicina alle rotaie te la caricava da sotto il paraurti e te la ritrovavi al capolinea. Un tram che quasi non c' pi. Ormai li usano solo per farci su un ristorante, una casa di aperitivi viaggiante, o per qualche iniziativa aleatoria: per i centocinquant'anni dell'Unit d'Italia ce n'era uno che girava coperto di lucine da un euro e venti. Era cos triste e controproducente che si dice l'avesse voluto Bossi in persona.
I primi tram d'epoca erano addirittura trainati da cavalli - non c'ero, sono anziano ma non c'ero - e sono andati in pensione gi negli anni Trenta. Quindi se trovate un ricordone per strada non  equino, ma pi verosimilmente di un dobermann tenuto al guinzaglio dal figlio di un altro cane.
Le successive modificazioni (dalla ghisa arancione al Sirietto, una specie di pendolino cittadino che infatti ha la sinistra tendenza a ribaltarsi spesso) non hanno intaccato la natura del mezzo: una carrozza che sferraglia su rotaie roventi d'estate e scivolose d'inverno. Un tempo erano una trappola per ciclisti. Oggi che i ciclisti sono rimasti in quattro - e tutti col FAP, senn non respirano - i binari sono diventati lo scivolo o il trampolino preferito dei motorini o delle moto, spesso guidate da un tizio che infila il cellulare nel casco e permette all'interlocutore di ascoltare compiaciuto, dall'altro capo della conversazione, il clangore del testone sull'asfalto: sbadabam!
Sui tram di una volta c'era tutta Milano, in silenzio, perch non esisteva ancora il telefonino. C'era una Milano che si annusava, ascella contro ascella, e che si guardava negli occhi spesso senza nemmeno accorgersene. O nelle scollature. E l qualcuno se ne accorgeva, e volava la borsettata. O il numero di telefono.
C'erano dei personaggi da boom economico e da romanzo popolare. Tipo quelli che, saliti senza il biglietto, stavano sempre all'erta e pronti a scendere da dietro non appena intravedevano i controllori alla fermata: perlopi studenti, ma c'era anche qualche professionista, nel senso di professionista dello sbafo, gente che non prendeva il tram perch doveva andare da qualche parte, ma solo per girare gratis e fregare l'ATM. Anarchici della tessera mensile.
E poi c'erano gli abitudinari.
Quando ancora prendevo il tram per andare a scuola, ricordo un tizio che saliva a piazza Repubblica e ogni volta prendeva tre posti: comodo, stravaccato, quasi sdraiato. "Tel chi che l' rivaa: el padrun del vintineuf" ("Eccolo qui che  arrivato, il padrone del 29") bofonchiava qualche altro passeggero stanziale, e poi tutti a presidiare e difendere il proprio spazio con borse, gomiti, qualche volta ginocchia. Ma lui era un esperto di facce. E la faccia di chi scende alla prossima fermata, a Milano, lascia sempre trasparire nervosismo, la preoccupazione di perdere la possibilit di scendere per un qualsiasi imprevisto, che ne so, magari il conducente si dimentica, oppure qualcuno sviene davanti alla porta, o salgono Keanu Reeves e Dennis Hopper per il remake di Speed, insomma tutte cose che a un viennese non verrebbero in mente, ma al milanese s. E cos il padrun del 29, interpretando l'espressione del viso, poteva beatamente avventarsi sul posto lasciato vacante in modo da occuparlo per il resto della corsa. O pi corse. O pi giorni. Sono anni che non prendo pi il 29, ma mi piace immaginarlo ancora l. A gambe divaricate mentre legge una copia del "Manifesto". Non perch sia comunista:  solo che occupa pi spazio.
Oggi sul tram ci si pu sentire davvero cittadini del mondo. O anche, dopo le 23, di un altro mondo. Basta inserirsi con troppa foga in una discussione di calcio tra colombiani ed ecuadoregni. Sul tram ci sono tutti: dai cinesi, ai sudamericani, agli indiani, mediorientali e asiatici (asiatiche no, quelle sono in massima parte dietro un bancone o di fianco al padrone del 29 che per sdraiarsi ha abbandonato il tram e predilige il lettino di un centro massaggi: forse  per questo che in citt ce ne sono due pro capite, di centri massaggi, non di padroni del 29).
Sono cambiati i passeggeri, ma sono cambiati anche i tram: ormai sono moderni, con i sedili di plastica, LONGH 'ME LA FAMM con avvisi sonori per le fermate. Gli anziani una volta stavano fissi davanti alla porta da quando salivano fino alla discesa, molte fermate dopo, spesso moltissime, e quando venivano rimproverati ribattevano: "Eh csa el voer, devo scendere alla prossima". Gi: ma la prossima rispetto a quale? Rispetto a cosa? Rispetto a chi? Una sorta di teoria della relativit, quella degli anziani in combinato disposto con le fermate, che probabilmente avrebbe reso pazzo anche Einstein. Che infatti - e tutto torna - il tram non lo prese mai.
LONGH 'ME LA FAMM (parallelismo) Letteralmente: "Lungo come la fame". Esempio nato in tempi di carestia, verosimilmente di stampo manzoniano, quando ancora non era chiaro che per lenire la fame bastava collegarsi a un sito di sushi oppure, in caso di altra fame, telefonare direttamente a Lele Mora.
L'avrete capito: non sono tecnologico. Come TomTom uso due amici (Tommaso e Tommaso), li metto a sedere sui sedili posteriori e chiedo loro di consultare la cartina. Per questo odio il tram moderno, che ti parla con una voce metallica e ripete "Piazzale Istria" come se in realt ti stesse dicendo: "Va' che  la tua, pirla". E sono anche pigro. Non sopporto quei tram cos lunghi che tra una fermata e l'altra puoi andarci a piedi, semplicemente percorrendo tutto il toboga tecnologico.
Certo, a volte la modernit qualche vantaggio lo porta. Ad esempio la suddetta voce metallica - e il fatto che molti non prendono pi il mezzo per paura di non riuscire a percorrerlo tutto e scendere in tempo - ha fatto giustizia di quelli che belli come il sole ti si appiccicavano alle spalle e, con una bella alitata di brioche e caff, raramente corretto con l'anisetta, mormoravano: "Scusi, scende?". Ma che domanda del menga  questa? CARA EL ME AMIS, se sono davanti alla porta scendo s... non  che passo la giornata qui perch mi piace stare attaccato al palo e farmi sfiorare il sedere dalla tua mano morta, altrimenti avrei fatto la lapdance, non pagavo il biglietto e magari mi portavo a casa qualche cinque o dieci euro nei boxer, 'STE DISET?
CARA EL ME AMIS (espressione identificativa) Letteralmente: "Caro amico mio". Quando qualcuno vi dice "caro amico mio", difficile che sia un caro amico vostro.
'STE DISET? (locuzione interrogativa) Letteralmente: "Cosa ne dici?". Quando qualcuno vi chiede "'ste diset?", difficile che sia realmente interessato a sapere cosa ne dite.
In ogni caso il tram rimarr sempre un simbolo dello spirito milanese: va piano ma non si ferma mai, gira su rotaia - per cui fantasia poca ma dove deve arrivare arriva - e soprattutto non aspetta mai nessuno (grande analogia metaforica con il destino) pi del tempo necessario e prestabilito a ogni fermata: chi c', c', e chi non c' si attacca. Da cui il celebre, gi accennato, detto milanese riservato agli irresoluti che troppo hanno atteso: "E adess cara el me fiuoe tacches al tramm" ("E adesso caro il mio ragazzo attaccati al tram").
Fu inventato a Milano nel 1815, quel detto. Per dire di quanto siamo avanti: i tram a quel tempo non c'erano ancora, ma i milanesi un po' ciula quelli s... ci sono sempre stati...

 Come si mangia per non morire

DALLA PAUSA PRANZO AL SUSHI BAR
"Si mangia per vivere o si vive per mangiare?" Grazie per la domanda, ma a Milano non se l' mai posta nessuno.
Qui si mangia per vivere e se possibile lo si fa in poco tempo e senza rompere le balle agli altri. Questa attitudine ha portato un monzese molti anni fa a inventare un contenitore termico chiamato ancora oggi SCHISCETTA, per permettere ai pendolari di poter consumare un pasto ancora caldo durante il viaggio in tram da Monza a Milano risparmiando, una volta giunti al lavoro... indovinato: il tempo.
SCHISCETTA (s.f.) Contenitore in metallo a chiusura stagna (ahahahaha) in grado di conservare il cibo a un livello sufficientemente tiepido per renderlo poco attraente anche quando riscaldato a bagnomaria. Pi recentemente la schiscetta  stata sostituita da fighissimi contenitori in plastica istoriati da ideogrammi giapponesi che normalmente contengono insalate di miso scippate ai canarini. Era meglio quando c'erano i maccheroni.
Ancora oggi a Milano  possibile che, all'atto di prenotare, il ristoratore vi chieda oltre al numero di cellulare, carta di credito e codice fiscale anche il minuto secondo di arrivo. Non  sfiducia.  solo che allo scoccare delle due ore, spesso prima, anche molto prima, verrete cortesemente avviati alla porta. Questo perch nel tempo in cui a Napoli una famiglia media pranza, o a Palermo, Bari, Roma cena, a Milano si servono circa due nuclei familiari da quattro persone, una colazione d'affari a due coperti e se va bene anche un pullman di giapponesi, che tanto loro mangiano veloci e non fregarli sui tempi (e magari anche sul conto, o sulla segatura spacciata per Parmigiano reggiano stravecchio) parrebbe quasi brutto.
Il guaio  che quando vai all'estero, che per un milanese vuol dire allontanarsi da Milano, finisce che non ti raccapezzi pi. A Roma, ad esempio, durante un viaggio di lavoro - che altro? - arrivai a Fiumicino verso l'ora di pranzo e dato che il mio volo era in ritardo di due ore, mi fiondai in un ristorante tipico vicino all'aeroporto, una trattoria semplice ma molto rinomata, di quelle che in sala c' Er Monnezza, alla cassa Bombolo e in cucina un cugino di Alemanno, che quello ci sta sempre bene. Come il cacio nel cacio e pepe.
Entrato di corsa, ovvero con un passo-spinta che a Roma notano subito e che ci qualifica prima come milanesi e subito dopo come scassamaroni, mi si fa incontro il proprietario che mi indica di accomodarmi con un solo cenno del mento. E qui commetto l'errore classico del milanese in trasferta: "Mi scusi, dato che avrei un po' di fretta per via dell'aereo, cosa mi pu portare di veloce?". E lui, rivolgendosi alla cassa senza spostare un solo muscolo facciale: "Je famo er conto, ar signore?". Come dire: "Se vuoi qualcosa di veloce mangiati il panino in aeroporto, quello con digestione valuta fine mese, che in aereo si ripropone cos tanto da richiedere un sorso di idraulico liquido per farlo scendere almeno dall'esofago allo stomaco".
Il milanese, per conformazione mentale, ma direi anche morfologica,  uno dei pochi esemplari che riesce a nutrirsi facendo altre tre o anche quattro cose contemporaneamente. Soffermatevi davanti alle vetrine di un bar o di un self service qualunque, meglio se in zona centro o uffici, e avrete la fortuna di assistere a performance fenomenali, non equiparabili a nessun'altra citt italiana e oserei dire europea. Uomini apparentemente normali riescono a tenere con una mano un panino straboccante di salse e affettati o persino gamberetti (di gomma, a va sans dire), olive, pomodori, tonno e tabasco, mentre con l'altra sfogliano "il Sole 24 ore", senza nemmeno macchiarlo d'olio, e con il collo piegato in posizione innaturale parlano al telefonino, consumando di tanto in tanto un po' di Coca con la cannuccia (Coca Zero, non l'altra: quella i milanesi non la consumano al bar e tantomeno in vetrina. Almeno per ora).
Noterete altres tavolate di impiegate e impiegati chini su enormi insalatone dagli ingredienti sconosciuti (anche a chi le ha confezionate, sia essa scira improvvisatasi barista per l'indigenza, un tunisino costretto a maneggiare il maiale per vivere o un ex sessantottino diventato chef dell'anima che la ciotolona te la mette a trenta euro).
 una trib che mangia e intanto, senza neanche prendere fiato, risolve importanti questioni aziendali, sparla dei colleghi, aggiorna Facebook, trangugiando a mo' di unica pausa bottigliette d'acqua ghiacciata che garantir loro la maledizione eterna di stomaco, cistifellea e intestino tenue e crasso.
Alcuni ordinano il caff ancora a met insalata, sempre per quell'insana ed estremamente milanese abitudine di portarsi avanti con il lavoro anche quando si  in pausa pranzo. E quando il caff arriva in tavola, e viene portata via la ciotola di insalata divorata con la velocit di un bufalo dopo la transumanza, il caff viene bevuto d'un fiato, senza dare ai succhi gastrici nemmeno il tempo di ricomporsi, cos da creare una miscela devastante che pone le basi per una sana gastrite cronica, i cui effetti saranno apprezzabili dalla pensione in poi, appena in tempo per rovinare anche quel poco tempo libero che il milanese si  guadagnato con una vita di stenti. Per questo, da qualche tempo, molti innaffiano l'insalatona direttamente col caff. E al posto del sale usano direttamente il Dietor.
Il conto al tavolo farebbe perdere tempo, ragion per cui il milanese medio preferisce perdere il tempo direttamente alla cassa, dove tra scontrini da scalare, buoni pasto da firmare, differenza ticket/contante, c' anche gente che invece di pagare il pranzo ha scalato direttamente Autogrill. Svolto il compito, i pi temerari, con l'esofago ancora in fiamme per il caff, l'intestino gi intasato dall'insalatona e le reni ghiacciate dalla minerale, si sparano anche il classico gelatino da passeggio, artigianale, laddove l'artigianato consiste nello spingere il tasto che miscela automaticamente le diverse polverine col latte UHT, e con esso danno il colpo di grazia alla produttivit pomeridiana, al colesterolo buono (che se lo tratti male alla fine si incazza anche lui), ma soprattutto alle speranze di una digestione che non preveda, per mettere almeno in moto il complicato meccanismo, una poderosa sniffata di magnesia.
Tralascio, per evitare di infierire sui miei concittadini, le tavolate a pranzo tra colleghi in pizzeria, giusto con le pizze divorate ancora roventi (nel tempo in cui a Napoli si assapora una pizza, a Milano la pizzeria ha gi cambiato tre volte gestione) e pinte di birra ingerite con la velocit di un'autoclave senza ritorno con sorsate che farebbero inorridire uno scandinavo o un tedesco, per non dire (e invece diciamolo) delle camminate al parco con il panino tra le mani, mentre le salsine killer scivolano a terra facendo compagnia alle cacche di cane e ai volantini del Media World sul solito plasma gi uscito di produzione.
Ormai persino i piccioni, animali di solito poco avvezzi alla sensibilit (quando c' da scacazzare sulla macchina appena lavata a Milano non si pongono nessun problema), evitano di colpire il povero viandante dei giardini pubblici, che finisce di solito mestamente il suo pasto su una panchina, sotto l'occhio pietoso e compassionevole dei piccioni stessi che, per non farlo sentire solo pi di tanto, gli stanno intorno fingendo di raccogliere le briciole. In realt li paga il Comune.
Se il pranzo per il milanese rimane una pausa, ovvero un apostrofo indigesto tra una pratica e l'altra, per la cena il discorso  diverso. La cena  un rito. Come la messa, come il battesimo, come il parcheggio sul marciapiede. E come tale prevede una sua liturgia.
LA LITURGIA DELLA CENA
Si prenota...
Per andare a cena a Milano si prenota, magari anche un giorno prima o due. Non importa se quando si arriva al ristorante non c' nessuno e nella sala deserta campeggia un unico tavolo con scritto "riservato". Il vostro. Tanto che la vostra occasionale compagna vi scortica col tipico sguardo: "Ma guarda 'sto pirla dove m'ha portata".  una questione di rispetto. Del rituale, mica del cliente. C' gente che per non rinunciare allo status symbol, si porta il cartellino con scritto "riservato" anche da McDonald's. Nel 99 per cento dei casi litiga con una gang di ecuadoregni che volevano farlo spostare e torna a casa col cartellino in gola.
Si spende...
Il ristorante deve essere sempre molto caro. Quanto? Basta parametrarlo alle proprie possibilit: diverse trattorie e trani sono diventati costosi come ristoranti alla moda proprio per permettere anche a chi ha poco denaro a disposizione di rovinarsi in locali di livello infimo. Ma perch il milanese vuole pagare tanto? Per avere qualcosa di cui lamentarsi quando esce. Altrimenti la cena non  vera cena.
Si fatica...
Il ristorante scelto per la cena dev'essere scomodo: poco parcheggio vicino, difficile da trovare, con tavoli disposti a castello, cos da poter ascoltare e commentare i discorsi dei vicini di tavolo. E questo  ottimo: dato che all'antipasto il milanese medio, se il giorno dopo non giocano Milan e Inter, ha gi esaurito gli argomenti. L'altro dato positivo  la possibilit di copiare i piatti dei vicini: "Mi porta anche a me quello che sta mangiando il signore... ma meno se possibile", la tipica frase con cui si d dell'ingordo a un perfetto sconosciuto. Ho visto sciamani incazzarsi.
Si ritorna...
Bisogna sempre andare dove fingono di riconoscerti come cliente abituale e ti riservano le stesse frasi con cui di solito accolgono anche un tizio che mesi prima ha preso l'autobus alla fermata di fronte: "Venga dottore, le abbiamo tenuto il solito tavolo", oppure "Oggi per lei abbiamo fatto arrivare il branzino che le piace tanto". Va da s che il branzino in questione non  dello stesso tipo assaggiato anni prima:  proprio lo stesso. Come prova il contorno di carciofi freschi. Freschi di freezer.
Si offre...(?)
A fine cena inizia la pantomima preferita dai milanesi, il minuetto su chi paga. Partono le smorfie al cameriere, plateali, roba che neanche Milly D'Abbraccio prima della scena clou di un suo film. Se uno dei commensali si alza per andare in bagno o a fumarsi una paglia, ecco che scatta il richiamo verbale totalmente privo di senso e di stile: "Oh dove vai? Mi raccomando! Niente scherzi! Va' che mi offendo... Cameriere! Non prenda denaro da questo signore!". Ma ecco che il conto arriva... E improvvisamente l'allegra combriccola si trasforma in un comitato centrale del Pd: ogni commensale finge di risolvere in proprio ma apre il portafoglio con studiata lentezza, altri fischiettano, qualcuno tossisce, uno alza la voce "Stavolta facciamo alla romana!", un altro precisa "E comunque io il vino non l'ho bevuto e non ho preso nemmeno il secondo", finch alla fine il nostro eroe, Superbauscia, ovvero il milanese DOC, brucia tutti sul tempo, infila la carta di credito nell'apposita cartellina porta conto, e aggiunge platealmente i cinque euro di mancia. A quel punto si attacca al mirto per pareggiare il tributo al DNA di TINO SCOTTI, proprio mentre dal bagno arriva il tizio che si era recato strategicamente alla toilette: "E potevate chiamarmi, no?". Ed  l che viene abbattuto da una gragnuola di grissini.
SCOTTI, TINO (1905-1984) Attore milanese celebre per la caratterizzazione di un buffo Cavaliere e per la frase tipica "Ghe pensi m". Non fosse che faceva anche la pubblicit di un famoso purgante, potrebbe essere al Governo.
Si ordina...
Se mangia in casa, il milanese diventa etnico. Molti sono schiavi del chinese take away o del sushi bar a domicilio anche quando vorrebbero mangiare pure loro un sano fritto misto o la grigliata di carne con il bis di primi, alla romagnola, ma spesso si ritrovano trascinati controvoglia al macrobiotico o all'indiano, dove si ammazzeranno di una sola pietanza, l'unica accettabile su trentacinque, beccandosi invariabilmente le emorroidi. In India, le emorroidi curiosamente si chiamano tandoori. In onore del pollo piccante.
Si cina...
Il cinese fa molto single o coppia in crisi, o proletariato non emergente, anzi a volte persino un po' sommerso. Al cinese si va con la fidanzata o moglie quando si  in crisi, sia economica che sentimentale, perch si mangia veloci, ci sono tante portate, e si paga poco, di solito. (A Milano ci sono anche cinesi cari come il fuoco, ma una volta che li hai provati poi ci si va solo con l'amante, cos si mangia veloci e c' pi tempo per il motel.)
Si tokia...
Il sushi  stato di moda per molto tempo a Milano, anche se ormai si riempie di clienti o espositori solo a ogni fiera importante, all'unico scopo di intristire torme di rappresentanti fiorentini - che in cuor loro andrebbero in un qualunque ristorante toscano di via Procaccini - davanti a una tristissima barca di sushi e sashimi fatta col riso Scotti e pesce comprato al LIDL da un ex pregiudicato filippino che si spaccia per giapponese. Il segnale dell'antica gloria sono i molti personaggi dello spettacolo e della moda fotografati alle pareti del locale insieme al padrone (in alcuni casi fotomontaggi clamorosi: in un giappo di corso Garibaldi il gestore era insieme a Hello Kitty) ma oggi anche loro, Hello Kitty compresa, se ne tengono alla larga, non foss'altro perch dopo Fukushima certe barche di pesce crudo arrivano al tavolo da sole. Inoltre, il sushi si pu mangiare anche nei locali fighi di Montenapoleone, tipo da Nobu, il ristorante di Giorgio Armani che rende tutti pi leggeri, comprese certe sventole russe attovagliate con qualche tizio dal gessato prorompente, ma anche il vostro portafoglio.
Si migra...
I milanesi snob con l'arrivo della primavera si chiedono perch inquinare solo la citt e spingono i loro Cayenne 4x4x4 verso le trattorie fuori porta, quelle consigliate dalle guide o da qualche imprenditore illuminato che ha visto la trattoria di giorno con tutti i camion parcheggiati davanti e che ha detto a tutta la comitiva dei MAL TRAA INSEMA: "Ragazzi! Stasera si va l perch dove ci sono i camion si  sempre mangiato bene e speso poco", sentenziano 'sti tizi, che spesso durante la settimana stanno ai vertici di Confindustria, non sapendo, ahiloro, che da anni queste trattorie hanno pi visite di topi e Nas che non clienti, ma intrattengono ugualmente precisi accordi economici con i camionisti, che parcheggiano davanti alla trattoria il camion alle 11.30 e poi se ne vanno a mangiare a casa. Come li pagano? Con le percentuali delle cene dei pirla confindustriali. E poi uno dice che il PIL ristagna.
MAL TRAA INSEMA (espressione idiomatica) Letteralmente: "Mal messi insieme", ossia male assortiti. Tipo l'attacco dell'Inter nella stagione 2010/2011, la lista degli assessori promessi dalla Moratti all'ultimo giro o la Canalis che si accompagna con Clooney invece che con un maturo eterosessuale come me.
Concludendo
In conclusione: se l'Ultima cena, il famoso dipinto di Leonardo che campeggia nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, in corso Magenta a Milano, si fosse svolta a Milano, probabilmente avremmo avuto qualche apostolo dipinto gi sulla porta, la figura dell'oste che sollecita gli altri ad andare perch c' il secondo turno in arrivo, e Nostro Signore con il conto in una mano e gli sguardi degli altri apostoli che vagano per la sala. Con la sola eccezione di Tommaso, che avrebbe voluto vedere il conto di persona.
Non per diffidenza, per carit. Solo per curiosit.

 Banche e poste

Di tante cose Milano pu fare a meno, detto senza presunzione ovviamente ma con un po' di arroganza positiva. Perch , questa, una delle poche citt al mondo dove anche essere un po' arroganti fa simpatia. Un po'. Mentre a essere troppo arroganti, e per troppi anni di seguito, si perdono persino le elezioni.
Si pu pensare ad esempio a una Milano senza semafori, tanto anche quando ci sono diventano solo motivo di discussione, e quando sono spenti il traffico spesso si regola da solo, forse perch Milano ormai un po' terona, sempre in senso positivo, lo  diventata: si arrangia. O, per dirla alla lumbarda, ottimizza.
Si pu pensare a una Milano senza negozi o botteghe, dove si perde tempo e basta, mentre al super, all'iper o al centro commerciale si trova tutto quello che serve, l'essenziale, e spesso lo si lascia l per poi comprare solo il superfluo. Che qui  pi necessario del necessario.
Si pu persino pensare a una Milano senza i musei, i monumenti o le mostre, tanto poi i milanesi non ci vanno, perch gh'hann de laor ("devono lavorare"), o se ci vanno si stufano quasi subito, alcuni ancora prima di entrare o l in fila con 'sti turisti che non ne vogliono sapere di andare al cinema, al ristorante o al LIDL come tutte le persone normali.
Di una cosa, anzi di due, Milano non pu fare a meno e mai potr: le banche e le poste, perch fanno parte del modo di vivere di questa citt e perch l dentro ci sono tutti gli elementi che possono far felice un vero milanese: le raccomandate, il denaro e i bancomat per prelevarlo.
Senza fare paragoni blasfemi, il milanese va in banca un po' come entra in chiesa. Cio, generalmente, quando ne ha bisogno. Bisogni importanti, bisogni minimi. Dato che le banche d'inverno sono calde e d'estate, con l'aria condizionata (quando l'attaccano), belle fresche. Ideali per procurarsi un raffreddore o il colpo della suocera.
Se al Centro-Sud, ad esempio, si va in banca al mattino presto o al pomeriggio tardi, il milanese ha con la filiale un rapporto quotidiano, cordiale, familiare. Entra a qualunque ora del giorno, e se si trova bene ci pu anche passare mezza giornata, o star l fino alla chiusura, e anche oltre, come insegnava il milanese DOC Renato Vallanzasca.
Il milanese vede la banca come se fosse sua mamma, che diventa matrigna non appena gli revocano il fido. Passa allo sportello anche solo per vedere il saldo, lucrare l'agendina, la penna, un caff, due chiacchiere con la guardia giurata pugliese mentre i banditi si allontanano con l'incasso. Chiede lumi sul conto, sperando di provare l'orgasmo della crescita. Ma quasi sempre, come a casa, l'orgasmo sar solo simulato. Frutto dell'interesse che sua moglie prova per lui e che la banca  adusa a versargli: zero spaccato.
Nonostante questo, il vero milanese si sente azionista della banca, pi che correntista. E questo giustifica certi suoi atteggiamenti che vanno dalla confidenza estrema con gli impiegati (CIAO CICCIO, FAM VED SE GH'HOO SUL CUNT) al rifiuto di usare il bancomat, perch troppo impersonale e non ci puoi litigare.
CIAO CICCIO, FAM VED SE GH'HOO SUL CUNT (espressione di saluto) Letteralmente: "Buongiorno buonuomo, mi saprebbe indicare il saldo del mio conto per favore?". Spesso d origine a discussioni perch il ciccio  di Capaccio Scalo e dalle sue parti certe confidenze comportano sanguinosi regolamenti di conti. Giustificatissimi.
Neofiti che non si ricordano nemmeno il numero di conto e, dato che se lo sono segnati sull'agendina dove c' gi tutta la spesa da fare, almeno quattro PIN e PUK della SIM, la password dell'iPad e dell'iPhone pi il codice allarme di casa, il PIN del bancomat e il codice fiscale sulla tessera sanitaria, finiscono col chiederlo all'impiegato che ormai lo ha memorizzato da tempo e si  portato avanti col lavoro da solo. Poi c' anche chi lo porta troppo avanti e fugge alle Galapagos, ma questo  un altro conto. Speriamo non il vostro.
Naturalmente esistono anche correntisti esperti e allenati. Entrano nella hall della banca, puntano dritto lo sportello giusto, con aria da supermanager e passo alla Montezemolo subito prima di tuffarsi nudo dal pontile, saltano le persone in coda, e alla prima domanda difficile recitano l'IBAN del proprio conto a memoria raccogliendo gli sguardi compiaciuti degli altri clienti e del personale, un breve applauso di alcuni impiegati e il lancio di monetine da parte di quelli che erano in fila dalla sera precedente. Raramente si verificano brevi linciaggi.
 che una volta qui era tutto risparmio e adesso... Adesso nelle banche si trova di tutto, dai fondi d'investimento agli assegni gi compilati, dalle carte di credito alle assicurazioni sulla vita, dal portafoglio titoli al portafoglio vuoto dopo la rata del mutuo o del leasing mobiliare... Una volta la frase "O la borsa o la vita!" veniva pronunciata allo sportello da un rapinatore munito di passamontagna. Oggi te la dice con serenit, e a volto scoperto, l'Internal Funds Consultant and Insurance Broker, ex Capo Ufficio Titoli o Merci estero adeguatamente ricondizionato dal reparto HR ovvero Human Resources, che al posto dell'arma spesso brandisce una penna stilografica. Carica anche lei, purtroppo. E, se usata male, pronta a fare molti pi danni di una Luger a proiettili scamiciati. Come il broker in questione.
Anche il sottoscritto anni fa ha lavorato in banca, per ben undici lunghi anni, ed erano i tempi d'oro delle banche a Milano. Quando si entrava, si abbassava automaticamente la voce, ci si toglieva il cappello e qualcuno davanti al commesso o al cassiere accennava anche a un inchino con rapido segno della croce.
Le hall delle banche erano lussuose come il foyer della Scala e chiunque si accomodava per aspettare il suo turno poteva imbattersi in quadri di valore, spesso artisticamente indecifrabili (per anni le banche milanesi hanno fatto la fortuna dei galleristi pi spregiudicati comprando loro anche numerosi pezzi di tappezzeria), oppure in litografie preziose quanto inquietanti. Persino pi di certi investimenti "sicuri" tipo i bond Parmalat.
Oggi al loro posto si trovano manifesti promozionali dei pi svariati prodotti finanziari con i nomi pi assurdi, tipo "Rendebene*", che se vai a vedere pi da vicino di fianco all'asterisco c' scritto "A noi", ma in corpo 0,5, perch per legge a chi rende bene in qualche modo bisogna comunicarlo. Oppure "Sempreinutile", laddove "n" e "u" possono essere scritte staccate o attaccate a seconda della parte di Grecia che c' nella tua banca. Se ce n' molta, kalinikta.
Nella banca dove ho lavorato per anni c'era il bancone, la barriera architettonica dove il cliente che entrava leggendo il giornale (all'epoca mica esisteva il BlackBerry) andava a sbattere con craniata al vetro antiproiettile e con risatina sdrammatizzante per MINGA F LA FIGURA DEL PIRLA.
MINGA F LA FIGURA DEL PIRLA (azione) Letteralmente: "Non mostrarsi agli altri a guisa di prepuzio". Recentemente, la locuzione  stata via via soppiantata dall'espressione "Minga fa la figura del Renzo".
Al banco trovava solo la biro, attaccata ovviamente alla catenella, a sua volta collegata a una base di marmo, cementata sul bancone: era il primo segnale distensivo di fiducia tra la banca e il suo gentile cliente. La stessa fiducia che pu esserci tra una camera d'aria e un chiodo arrugginito.
Non c'erano troppe brochure o dpliant davanti al cassiere, anzi diciamo che non ce n'erano proprio, ma solo dei cartelli chiari: "Cassa aperta", "Cassa chiusa", "Si accettano assegni solo con documento d'identit", insomma quello che attualmente si trova al supermercato o a un convegno del Pdl.
Nelle banche moderne, soprattutto nella capitale economica del Paese, oggi c' un po' di tutto, soprattutto l'agile e sempre presente "prospetto informativo", assolutamente da consultare prima della sottoscrizione o dell'acquisto, il cui fine ultimo  uno solo: dopo che ti hanno prosciugato il conto, aggiungere al danno la beffa della frase: "Eh, ma era tutto scritto nel prospetto informativo...".
Gi, ma come era scritto? Talmente in piccolo che sarebbe servito un microscopio atomico per beccare la clausola che alla fine  risultata fatale, nascosta in aramaico nella parte scritta grigio chiaro su grigio anche pi chiaro. Per questo non l'hai letta, amico correntista. E anche perch la consultazione degli opuscoli e delle norme relative al prodotto/servizio  abitudine tipicamente anglosassone o al limite europea, non certo latino-mediterranea, la zona psicogeografica cui anche noi milanesi, controvoglia, apparteniamo.
Sarebbe come dire: "Prendo un farmaco per il mal di gola, ma prima di applicarlo leggo tutte le avvertenze del bugiardino allegato" (che gi dal nome  un programma), oppure "Compro una stampante o un PC, ma prima di collegarli e metterli in funzione, mi leggo i tre libri, di cui uno con istruzioni in finlandese, allegati al CD di autoinstallazione". O che prima di votare un partito me ne leggo il programma, quand'anche fosse scritto coi rutti.
Ma quando mai? E poi a Milano, dove gi d fastidio perder tempo a toglier l'imballo e attaccare la spina... dovremmo pure leggere le istruzioni? E magari pure attentamente? E solo perch in caso contrario c' pericolo di morte violenta, terremoti, esplosioni, peste? Suvvia di... ST SU DE DSS E LASA F.
ST SU DE DSS E LASA F (invito) Letteralmente: "Stai su dal groppone e lascia fare". In pratica... vuol dire proprio quello.
Troppo pessimista? Ma se io le amo, le banche! Milano senza banche sarebbe come Disneyland senza giostre e attrazioni, come Amsterdam senza coffee-shop e senza il quartiere a luci rosse, come Roma senza una coda sulle corsie preferenziali...
Amo le banche e ne amo le pubblicit. Da "Che banca", senza il punto interrogativo, o esclamativo, alla banca tutto intorno a te. Soprattutto dietro.
Discorso a parte meritano le poste, fino a qualche anno fa considerate il tempio del raccomandato pi che della raccomandata, roba che se entrava qualcuno col mitra sarebbe stato l'ex ministro Brunetta nel remake di Un giorno di ordinaria follia, solo che invece di fare vittime avrebbe al massimo gambizzato qualche impiegato perch lui pi in alto non ci arriva.
Allora l'ufficio postale rappresentava, nell'immaginario collettivo milanese, due cardini:

 il fermoposta Cordusio dove si andavano a raccogliere i messaggi arrivati dopo l'annuncio messo sulla rubrica "Autoscatto" di "Caballero" ("Bello, peloso, ben dotato conoscerebbe pari requisiti, no, scusate, ho sbagliato annuncio");

 il posto dove per spedire una busta si poteva perdere anche un'ora (mentre per una bustarella a quei tempi bastava un minuto, contro i dieci secondi di oggi), ovvero un sacrilegio, quasi un reato contro la nevrosi pubblica che qui da noi sostituisce da sempre la quiete.

Quando un milanese diceva "Vado in posta", aveva la stessa espressione di quei soldati che partirono per il fronte di Caporetto o per la campagna di Russia: un grande senso del dovere unito alla forte e coraggiosa rassegnazione di doverlo compiere. E la paura di non tornare pi.
Oggi le cose sono cambiate. Andare in posta  come andare al supermercato, si trova di tutto, dai libri da leggere in attesa, ai DVD e CD da ascoltare, mancano solo il cheeseburger appena cotto o la TV con la PlayStation o la Wii per giocare un po' con gli altri clienti in coda e sembra di stare a Gardaland. Anche perch pure gli impiegati sono pupazzi, il tempo per riottenere la ricevuta di ritorno in ostaggio per  rimasto lo stesso.
Ma a me, ormai, le file non spaventano pi. Anzi: mi diverto a osservare, mentre intorno cambiano i panorami e la calura estiva viene soppiantata dai primi freschi, poi dal freddo, poi dalla neve, e io sono ancora in coda, mi diverto a osservare, dicevo, la gente intorno. E scopro che la posta  diventata il vero centro multietnico, insieme ai filobus 90/91 che fanno la circonvallazione esterna (detta anche eterna per via dei tempi di percorrenza).
In una mezz'ora di fila in posta si possono incontrare pi etnie che all'ONU. Entrano, prendono il bigliettino e poi aspettano pazienti il loro turno, pronti a essere serenamente depistati dal display luminoso che appare pi complicato del pannello di comando dello Shuttle.
Il buzz suona, loro si alzano, partono sorridenti, soprattutto i cinesi, anche perch morfologicamente predisposti, e si dirigono allo sportello, quello sbagliato, da cui vengono sistematicamente rimbalzati con un misto di mandarino di Canton e di milanese della Bovisa : "Te l'hoo dit tanti volt, ma te capiset propri nagot: te gh'et de and de la... t' capii adess Lin Piao?" ("Te l'ho detto e ripetuto tante volte, ma non capisci proprio nulla, devi andare di l, hai capito adesso... con il primo nome cinese che viene in mente... dal classico Lin Piao a Chin Chu o Mao Tse Tung").
E se non son gialli per nascita, i clienti delle poste, lo sono per consunzione. Tradotto: gli uffici postali di Milano sono, anche, il luogo d'incontro preferito dei pensionati, quindi un po' anche il mio, che non avendo pi i bar e le bocciofile, sostituiti dai fast food, doner kebap e happy hour, pur di trovare un posto dove passare un po' di tempo chiacchierando, fingono di ritirare la pensione ogni due giorni, e quei giorni in cui poi la pensione arriva davvero non ci credono pi e se ne vanno a casa depressi a vedere Carlo Conti.
Davanti alle poste milanesi stazionano sempre due figure:

 il venditore di colore del mitico opuscolo "Terre di mezzo" con allegati elefantini portafortuna in legno, che ti attacca un bottone che nemmeno la suocera o la portinaia riescono a superare per lunghezza e noia. Sempre col massimo del politicamente corretto. Diciamo che fanno due maroni cos politicamente corretti;

 i vigili urbani o gli ausiliari della sosta, pronti a beccare il classico milanese che pianta la macchina in terza fila davanti a un passo carraio senza le quattro frecce e con il freno a mano tirato e poi quando vede la multa se la prende col complotto dei giudici. Un tipo che vive una specie di giorno della marmotta, visto che uscendo dalla posta con la multa pagata ne trova gi una nuova sul parabrezza. Cosicch potr tornare a pagarla, prenderne un'altra, e via all'infinito.

Comunque sia, in una citt strozzata dai byte, spedire qualcosa a qualcuno che non sia una mail o un SMS fa ancora la differenza e rende il milanese pi umano: infatti il massimo della libidine per un milanese oggi  ricevere una vera lettera, magari di un amico, e magari scritta ancora a mano su carta da lettera o pergamena. Un gesto antico che, trovato nella casella della posta del condominio, in mezzo al mare di carta inutile delle promozioni, dei volantini, della pizzeria egiziana o delle bacchette e forchette fiche e costose, pu ancora commuovere anche il pi insensibile dei miei concittadini...
Ancor meglio se la lettera in questione non  scritta a mano ed  in carta riciclata, e viene dalla banca che vi comunica i dividendi maturati sulla cedola dell'obbligazione a scadenza 2016. Forse non vi commuoverete come per la pergamena scritta a mano, ma conoscendo i milanesi certo non vi dispiacer. Perch con le lettere d'amore si apre il cuore. Ma con il portafoglio aperto, a Milano, si aprono tanti cuori.

 Milano rende moda

TUTTO  BENE QUEL CHE FINISCE... E BASTA

Tutta colpa di una consonante. Fossimo in Veneto, Milano potrebbe essere agilmente definita la citt della mona. Invece  un po' pi a ovest, ed eccola etichettata come citt della moda. Laddove, per una curiosa crasi concettuale, moda e mona si trovano a coincidere per un numero alterno di settimane l'anno.
Ci fu un tempo in cui eravamo capitale morale, poi arriv Tangentopoli e il morale fin dentro i tombini. Rimasero allora le definizioni pi classiche: "l'unica metropoli d'Italia", "Crocevia dei commerci", "Vertice del triangolo industriale"... Finch a un certo punto il cielo si squarci, cio pass dal grigio scuro al grigio chiaro, e si ud una voce: "Sarete la citt della moda! Adoro!". Era il dio degli stilisti. Anzi, in quel caso, il Dior.
Qualche cenno storico: il gruppo etnico degli stilisti si insedia in Lombardia, prevalentemente a Milano, nei tardi anni Settanta. E non la lascia pi se non per le sfilate di Parigi, Pitti Uomo Donna e Bambino a Firenze, e per le sfilate di portafogli nel centro di Miami. L'unico posto in cui ti derubano quando ti distrai, ma non  mentre guardi le vetrine.  dopo.
Da quegli anni a oggi gli stilisti si sono moltiplicati e sono passati dagli atelier - i francesi c'erano arrivati prima - ai palazzi d'epoca ristrutturati, dalle due vetrine in centro agli showroom grandi come hangar in semiperiferia. Infine agli hangar veri e propri, occupati tra un ritardo e l'altro di Alitalia.
Prima dell'arrivo degli stilisti certi quartieri erano abbandonati, periferici, vuoti (soprattutto gli hangar dell'Alitalia). Subito dopo sono diventati eccentrici e alternativi. Una trovata che molti milanesi utilizzano oggi per non pagare il conto al ristorante: "Offro io!", "Ma il portafoglio  vuoto!", "No,  eccentrico!".
Per molti anni fino ai giorni nostri, insomma, lo stilista  stato uno dei punti di riferimento della cosiddetta MILANO DA BERE.
MILANO DA BERE (definizione) Modo di descrivere la citt negli Ottanta, finch i socialisti non se la bevvero tutta e la passarono a quelli del Pdl per togliere anche le ultime goccioline e lasciarla poi al Pd che per rendersi subito simpatico alla popolazione pronti via ha aumentato il biglietto del tram della met e rimesso l'Irpef sulla casa... creando la Milano da ingurgitare - come le medicine - a stomaco vuoto e persino senz'acqua.
Si era arrivati al punto di sentirsi in colpa a passare davanti alle vetrine degli stilisti di via della Spiga o Montenapoleone con una giacca e un pantalone non dico della collezione precedente, ma magari comprati in saldo nello stesso anno solare. Oppure (orrore!) all'outlet. Commesse vestite come manichini semoventi osservavano da dentro e sogghignavano malvagie, facendo lo scontrino con gli occhi a quel mucchio di stracci da soli 750 euro che transitava loro davanti. Le persone normali allungavano fino al Gratosoglio pur di non darla vinta a quelle squinzie ripittate. Gli stranieri invece si riversavano, e tuttora si riversano nelle strade della moda per potersi comprare quella borsa o quelle scarpe che, una volta tornati al loro Paese, ostenteranno una o due volte a gente attonita che non capisce che ha appena comprato le stesse cose alla met su eBay o al Bund di Shangai, praticamente un Melcatone uno del lusso.
Ma a Milano la moda non si pu circoscrivere solo agli stlisti dell'abbigliamento: ci sono anche quelli dei capelli, gli "hair stylist", quelli del corpo, i "restylist", e i nullafacenti ricchi che ogni tanto aprono un'attivit legata alla moda che  destinata a chiudere circa quindici secondi dopo (e col piffero che ci crediamo se li chiamate TEMPORARY SHOP): i RestStylist, ovvero stilisti "a" o "del" riposo.
TEMPORARY SHOP (s.m.) Negozio abbandonato riempito per un paio di settimane da compagnie telefoniche per propagandare una tariffa vantaggiosa destinata a scomparire prima del negozio. Oppure, anche, calamita per sfaccendati che vendono borse birmane equo solidali, prodotte da ex galeotti curdi, il cui trasporto in Italia emette tanta CO2 quanta uno stormo di Regata Weekend Euro 0.
Forse si sar capito, ma il mio modesto sogno  che un giorno a Milano la moda non sia pi dettata dagli stilisti ma dalla gente comune. E in parte qualcosa si muove (oltre che le balle di chi si veste da "Oviesse scontrino felice", che  inutile chiamarla Factory, sempre quelli dei pantaloni di vigogna a 19 euro e 90 resta). Senza magari volerlo, le persone ormai organizzano spontanei FLASH MOB.
FLASH MOB (s.m.) Se ho capito bene, branco di pirla che si raduna e si mette a ballare all'improvviso, proprio mentre sto arrivando in macchina io, per cause spesso risibili, altre volte proprio imbecilli. Insomma il festival dell'inutilit allegra.
Decidono di riunirsi in un luogo come l'Arco della Pace, all'inizio di corso Sempione, a trangugiare pasta scotta in un vecchio circolo di partigiani, o curry cotto da un tizio di Castellammare innaffiato di daiquiri alla pesca. E fanno tendenza. Tendono a scassarsi maroni e fegato contemporaneamente...
Oppure decidono che una trattoria in mezzo alle cascine debba diventare un locale cult e l si riversano in massa, sfidando la nebbia e l'umido d'inverno e le zanzare tigre che ti cavalcano d'estate pur di poter dire: "Ci sono andato... niente di che". Per poi tornarci ogni venerd, o il luned che ci sono i bolliti, riferiti alle carni ovviamente e non agli altri commensali, anche se a volte c' pi simpatia stesa sul carrello che seduta a tavola.
Ma sono solo poche avanguardie. Inutili, peraltro. La maggioranza ancora le subisce, le mode. Sono quelli che mangiano giapponese anche se gli fa schifo il pesce, figuriamoci quello crudo (come disse un mio amico: "Daghel al gatt el sushi", ovvero "Daglielo al gatto il sushi"), quelli che bevono due mojito all'happy hour e poi stanno male tre giorni, quelli che si vestono in un certo modo e dentro un po' si vergognano, e infine quelli che si ritrovano sempre con la stessa gente e allo stesso posto anche se non ne possono pi sia della gente che del posto... ma altrimenti cosa facciamo? Altrimenti stai a casa che aiuti anche il traffico e la citt migliora.
Se  concessa una postilla quasi seriosa (e se non  concessa, pazienza: mica posso sempre fare il Jerry Lewis dei Navigli),  strano che una citt come Milano, europea, cosmopolita e polivalente, ricca di fermenti culturali, artistici e pronta alla consacrazione dell'Expo 2015, non abbia ancora trovato il modo di celebrare la moda, non dico quella briatorata, ma neppure di liberarsi dalle mode, ossia dai modaioli, ovvero gli onanisti del rito collettivo, che pur di non stare da soli a casa propria, magari a leggere un libro o semplicemente a pensare, preferiscono stare da soli in mezzo a tanti altri, ancora pi soli di loro, e per farlo spendono pure cifre non indifferenti, perch se  vero che "Milano vende moda", qualcuno senza motivo alcuno continua a comprarsela, magari in comode rate mensili (TAN 0%, TAEG 90%) pur di essere trendy perch, come dicono anche i fantasmi, "l'importante non  essere, ma apparire".
Sipario, titoli di coda, Memo Remigi canta My Way in dialetto milanese. Che sarebbe poi... M voo... ovvero "Io vado"...

 Forza H(inter)land

MILANO E DINTORNI: HINTERLAND BER ALLES

"Una volta qui era tutta campagna", "Venivamo qui a fare il bagno nei Navigli", "Mi  capitato di conoscere un deputato povero". Queste e altre frasi nostalgiche, mitologiche, in alcuni casi vere leggende metropolitane mai provate (quella del deputato soprattutto) caratterizzano i milanesi DOC, di una certa et che, guardando dai finestrini delle macchine o dei treni, sbirciano sbigottiti una citt letteralmente stravolta rispetto ai loro ricordi, o forse anche rispetto ai loro sogni, dato che, parafrasando quello che diceva il poeta De Gregori, gli spigoli della memoria diventano curve e non  affatto detto, come invece cantava il re degli ignoranti, di cui non faccio il nome senn Claudia Mori mi chiede di pagare i diritti, non  affatto detto, dicevo, che dove c'era l'erba ora ci sia una citt, perch l'erba forse non c' mai stata, se non sulle labbra di chi ha firmato certi piani regolatori. E per questo capitolo con le virgole dovremmo essere a posto.
Tra i vecchi milanesi ci sono i nostalgici integralisti che vorrebbero si tornasse come una volta, per cui "via tutto e si riparte". Il classico esempio che portano, oltre al Monopoli,  Berlino, una citt che  stata ricostruita con il rispetto del verde cittadino, una certa simmetria e con una logica nell'edificare, fino a creare un insieme architettonico ed edilizio armonico. Peccato solo che prima abbiano dovuto bombardarla e raderla al suolo durante la Seconda guerra mondiale, senza contare il Muro che  rimasto in piedi fino al 1989 prima che Occhetto si presentasse sul posto di persona a garantirne la solidit.
Cos, scartata l'ipotesi di un bombardamento a tappeto che faccia giustizia, chess, dell'ago e filo di piazzale Cadorna, del monumento a Pertini in via Manzoni, tanto per dire... ecco avanzarsi la tesi dei nostalgici progressisti, i quali sostengono che si pu rendere pi vivibile la citt senza per questo dover tornare ad avere le risaie, il dazio a Porta Nuova, i carri con i cavalli in corso Vittorio Emanuele e qualche ex socialista onesto ancora in giro.
Tra i due partiti, come spesso accade in queste dispute filosofiche, quasi sempre vince il terzo, che  quello del "mentre voi parlate io costruisco", cosicch col pretesto dell'Expo 2015 ecco affastellarsi una serie di cantieri (e li definisco tali sfidando i tempi d'uscita del libro: tanto non saranno ancora chiusi) che rendono la citt sempre pi simile a una Babele, in cui si vedono in giro pi muratori che bambini e dove le gru stanno diventando lo sfondo obbligato di ogni paesaggio. Ormai i turisti girano col Photoshop, pur di cancellare i ponteggi dallo sfondo, tolti alcuni pervertiti che fotografano le gru, palazzi, ponti e ponteggi al posto dei monumenti. Ed  per questo che lancio una proposta: trasformare Milano in "Citt patrimonio mondiale della gru" e farla proteggere dall'UNESCO cos com'. Compreso l'ingorgo da Porta Garibaldi al Cimitero Monumentale che rende tutto ancor pi scenografico.
Com', come non  (quanto all'Expo, soprattutto "come non " o meglio "come non avrebbe dovuto essere"), Milano ormai rischiava di scoppiare per il troppo cemento ed ecco che i geniali costruttori, amministratori, edificatori, hanno trovato la soluzione. Meno cemento? Col piffero. Pi cemento, ma spalmato. Una glassa di calcestruzzo sparsa per chilometri e chilometri quadrati, laddove si erano rifugiati anni fa quelli che avevano intuito da tempo come sarebbe andata a finire in citt. Credevano, ritirandosi oltre la circonvallazione esterna, di spostarsi fuori Milano. Oggi si accorgono che la citt  venuta a vivere da loro, sorta di suocera altrettanto fastidiosa ma per fortuna appena meno loquace.
Ci sono tanti modi in Italia per chiamare la fascia appena a ridosso della citt. A Torino ad esempio la chiamano "cintura", la mitica cintura torinese, quella che serve a Fassino per impedire che i pantaloni caschino a causa della sua vita stretta (a differenza del Pd, che invece ha vita corta).
A Milano, citt cosmopolita e metropoli europea, non vogliono sentir parlare n di cinture n di bretelle. Cos, tanto per dare quel tocco di internazionalit inutile, l'abbiamo chiamata "hinterland", quasi per restituire l'idea di un enorme parco giochi che accerchia Milano: una Gardaland del lamierino, una Disneyland della rotatoria, un'Italia in miniatura del Bricocenter, che con l'Italia in miniatura condivide un'importante caratteristica: i vigili urbani sono di plastica e quasi sempre fermi.
A nord verso Lecco, Como e Varese, a sud verso Lodi, Pavia, a ovest verso Novara, a est verso Bergamo, l'hinterland milanese  un apostrofo grigio tra le parole "cough cough!". Esso consta di differenti forme residenziali: dalle casette pi recenti, fatte col Lego, ragion per cui  come avere la statale in tinello e l'alta velocit sul retro (e non sono affatto good vibrations) ai complessi residenziali "immersi nel verde" dove in effetti il verde c', e tanto, visto che sorgono al centro di paludi mai bonificate ("sommersi dal verde"), ottime per regalare uno struggente contatto con la natura sia d'estate (quando le zanzare sono cos grosse che ci si pu giocare a briscola. E perdere) sia d'inverno, quando la nebbia  cos densa e pervasiva che si rischia di far l'amore col decoder di Sky ("riemersi dal grigio" o "riemersi dal frigor" da gennaio a marzo).
Poi ci sono anche le residenze esclusive, quelle per i pi abbienti: piccole citt che crescono a fianco alla grande Milano, con in pi tutti i comfort e i privilegi che in citt ormai sono quasi introvabili. Per dire: talvolta ci sono persino tracce di ossigeno nell'aria. E chi poteva averle costruite, le residenze esclusive, se non lui, il Residente del Consiglio? Ormai pi di trent'anni fa, il premier cominci creando Milano 2, poi venne Milano 3, per poi allargare il raggio d'azione e, con l'impazienza produttiva che lo contraddistingue, passare direttamente a Italia... 1!
In queste piccole citt autonome si vive isolati dal caos di Milano: ci sono laghetti con le anatre, rigorosamente mute per non disturbare gli abitanti, e non si sentono i tram o le liti fra automobilisti n i clacson, anche perch ci sono parcheggi liberi e non a castello come in centro, ci sono bar con baristi che sorridono quando chiedi un orzo in tazza grande con acqua calda a parte (prova a chiederlo nei quartieri di Milano come Ponte Lambro o la Comasina: minimo ti esplode il Califfone) e si sentono gli uccellini cinguettare tutto il giorno (anche se i maligni dicono che siano cassette registrate nelle ville del Capo, trasmesse con un sistema di altoparlanti, e che gli uccellini siano in realt passere un po' in et non pi valide nemmeno per il bunga bunga).
Che poi capisco chi nell'hinterland  costretto a viverci, per un grave errore di valutazione o perch inurbato a sua insaputa. Ma i nomadi? Voglio dire: con tutto lo spazio che c'era, proprio qui, alla fiera del malessere? Il milanese medio, quando se li vede arrivare, pur essendo tollerante, moderato, magari con la classica apertura a sinistra come i borselli in finto bue, si pone la fatidica domanda: "Ma se si chiamano nomadi, perch si fermano per mesi nello stesso posto, che guarda caso  a cinquecento metri da casa mia? Se sono nomadi devono girare, no? Fermandosi rinnegano la loro cultura, penalizzano pericolosamente la loro indole itinerante, perdono una parte importante della loro tradizione storica e soprattutto io ci perdo 3000 euro al metro quadro sul prezzo di valutazione della superficie calpestabile di casa mia!".
Finisce cos che l'hinterland diventa un paese per vecchi, sempre pi spaventati, che ormai si aspettano di vedersi arrivare le ruspe da un giorno all'altro a buttar gi il paese intero e magari costruirci un outlet, un ipermercato oppure, perch no, anche Milano 6 o 7: anche gli avvocati del Cavaliere dovranno pur avere un posto in cui trascorrere la pensione, no?
Dice il lettore: ma nell'hinterland milanese ci saranno anche comuni ben organizzati, bene amministrati, ben frequentati, dove le condizioni di vita sono gradevoli, gli spazi sono vivibili, le piste sono ciclabili e nessuno che le faccia sparire col naso. Certo che ci sono! Solo che chi ci abita non lo dice a nessuno, non invita nemmeno gli amici, perch teme che ci si vogliano trasferire anche loro portandosi appresso una slavina di carne e rumore che alla fine rovinerebbe tutto.  per questo che in questi paesini si vive in una sintesi felice come tra i mormoni degli Stati Uniti o le comuni del '68: le donne portano la crestina e gli uomini le corna, mentre dalle fontane zampilla il rosolio, nel cielo si staglia fisso un arcobaleno e, di tanto in tanto, qualcuno cede il parcheggio senza fiatare e con un sorriso va a cercarne un altro... ma questa forse  solo leggenda.
Comunque, parafrasando almeno un paio di vecchie battute: "Pi conosco l'hinterland e pi amo Milano". Oppure: "Visitate Milano prima che Milano visiti voi". E ancora, ma questo lo dico io: "Una volta qui era tutta citt. Solo che credevo fosse Milano, e invece era Monza".

 Il piano regolatore prt--porter

MILANO COME SAR

Vivere a Milano oggi  diventata una questione di principio, nel senso che non si capisce dove comincia, ma soprattutto dove finisce, la citt. Se pensi di aver preso una casa in campagna, dopo nemmeno due anni ti ritrovi a vivere in periferia. Se hai avuto da sempre la casa in centro, col tempo ti trovi costretto ad andarci a vivere, in periferia. Per colpa dei prezzi per metro quadrato, dei perenni lavori in corso, spesso anche in corsa, e del tizio che ha cominciato a smantellarti il condominio nel nome dell'Expo.
Sin dai tempi di Napoleone Bonaparte, che venne a Milano a farsi incoronare imperatore, realizzando con centinaia d'anni di anticipo il sogno del Nostro Napoleone Dallasuaparte, Milano  stata oggetto di grandi piani regolatori, di grandeur soltanto sognate, di piani faraonici per uno sviluppo armonico ed elegante, che poi si sono trasformati in strutture, quartieri, isolati, i quali, stilisticamente parlando, hanno lo stesso amabile aspetto di cozze sul crme caramel.
Il piano di Napoleone prevedeva ingenti investimenti per fare di Milano la ville lumire italiana. Ma dopo la campagna di Russia, che prosciug le casse dell'Impero, di quel progetto non rimasero nemmeno le lumire. Anzi, il vecchio Napo si port via i pezzi migliori, un po' come la Lactalis con Parmalat o Sarkozy con Carla Bruni (sempre se non canta).
Il progetto prevedeva l'arrivo dei Navigli davanti al Castello Sforzesco con dogane e dazi, canali navigabili, giardini pensili:  rimasta solo una fontana nei giardini pubblici, vicino a piazza Repubblica (alla faccia dell'Impero), dove girano barchette di compensato animate da bimbi intristiti. Cui girano i vascelli. Un'altra idea grandiosa era di creare una strada che collegasse Milano a Parigi con dei dioscuri (statue rappresentanti la grandezza dell'Impero: visto quante ne sa il Bertolino?) posizionati uno ogni cinquecento metri su entrambi i lati della strada. Il progetto prevedeva un tempio creato sul Cenisio (il Romito del Cenisio) con cui si sarebbe celebrata l'alleanza e l'amicizia dei due Paesi. Di tutto questo ci resta oggi solo corso Sempione, che si va a ingolfare sulla Milano-Laghi e la Milano-Torino, e di faraonico ha solo certe note spese di qualche giornalista Rai. Le statue invece non solo non si sono mai viste, ma il Bonaparte si  pure rubacchiato quella del Canova che stava in Brera lasciandone una copia. Tentarono di processarlo: se la cav col processo breve. O, come diceva lui, processo corso.
Ecco perch quando oggi arrivano gli architetti internazionali e gli urbanisti di fama mondiale e mettono le mani su Milano, presentando plastici che nemmeno Bruno Vespa accetterebbe a "Porta a Porta", i milanesi ormai fan nanca un pliss.
Una volta c'erano le smanie di grandezza di imperatori, il desiderio di Mussolini di seppellire la citt sotto una coltre di marmo in perfetto stile fascista (infatti la Stazione Centrale di Milano fu creata come una grande tomba di famiglia e durante i bombardamenti alleati del 1945 rischi purtroppo di diventarlo per davvero). Oggi invece ci pensano i grandi appaltatori/palazzinari a ridisegnare la citt, pare anche con il consistente sostegno della creativit meridionale, soprattutto di certi stilisti prt--manger ormai molto noti all'estero, soprattutto in Germania, dove applicano una nuova forma di filosofia malavitosa: lo "Sturm und 'ndrangheta".
Finisce che la citt, oggi, si presenta come un'allegra ma non troppo zuppa di stili e di modelli abitativi venuti su come funghi, spesso velenosi, ciascuno durante un'epoca diversa, ma tutti con un unico comune denominatore, l'assoluta mancanza di coordinamento con i piani passati e i progetti futuri. Meravigliosi esempi di palazzi ultramoderni in vetro come il nuovo mausoleo della Regione (il sonno della Regione, com' noto, genera mostri: soprattutto formigoni) che sorge a fianco a case degli anni Cinquanta, di fronte a palazzine uso ufficio in mattonelle marroni stile anni Settanta, e di lato a giardinetti di et indefinita ma con un verde cos ingiallito dal biossido da sembrare morti anche a primavera. Senza poi dimenticare, a soli cinquecento metri dal centro, stabili anni Sessanta in clinker verdone, case di ringhiera che lentamente perdono dei pezzi (a meno che non le risanino i cinesi, come in Paolo Sarpi), case popolari gi nate senza quei pezzi, case popolari occupate, case da ricchi disegnate da geometri in acido con pratino collinato, condomini che neanche a Riga negli anni Cinquanta.
Ma i milanesi ormai si adattano a tutto, subendo le code, i box promessi e mai realizzati, interi quartieri nati morti, come quello costruito di fianco alla sede di Sky (da cui lo slogan: "Sky mi sorprende sempre: pensavo che qui ci fosse una strada"). Funziona cos: prima le case e le infrastrutture quando vengono, cio mai perch son finiti i soldi. Un po' come vendere una macchina e farsela pagare in contanti, e in anticipo, e poi consegnarla senza ruote e volante. Ma non  neanche questo, no, a farti alzare in volo con la sola forza eolica dell'apparato riproduttivo.  la beffa di sentirsi presentare certi errori e orrori come "interessante soluzione abitativa". O i capannoni abbandonati da anni che diventano "stupendo loft da ristrutturare in zona tranquilla e servita dai mezzi".
Per completare questa situazione caotica si  aggiunta una parola magica che terrorizza persino i licantropi: Expo 2015. Grazie a lei si sono aperti decine di cantieri, si sono progettati parchi, giardini, orti pensili (e chi va a raccoglierli i pomodori? Il nonno di Reinhold Messner?) e qualcuno ha persino rispolverato le idee e i progetti di Napoleone o di qualcuno ancora pi ambizioso, il figlio: Piernapoleone. Poi a un certo punto, come nel caso della campagna di Russia, il cassiere ha fatto una semplice domanda: "Scusate, ma i soldi chi ce li d?" e qui le macchine si sono fermate, con lo stesso scatto automatico di quando ti beccano all'iper che stai tentando di uscire senza pagare le mutande di Dolce&Gabbana. Di orti per ora restano solo quelli dietro alle piste dell'aeroporto di Linate e quelli lungo il Naviglio Martesana e nell'hinterland milanese, che ormai si estende quasi fino a Lecco a nord, Novara a ovest, Cassano d'Adda e Treviglio a est e Crotone a sud. Cos i soli cantieri che continuano a lavorare sono quelli delle case di un certo standard, il tipo di standard che a Manhattan, o a Tokio, considererebbero un filo costoso. Quello standard modello grattacielo specchiato che trasforma lo skyline della citt in un gigantesco Ray-Ban che nessuno mai pulir. E si sa com': si comincia coi Ray-Ban e poi ci si compra pure una Golf GTI nera. Parcheggiata male, con le quattro frecce e Bob Sinclar a tutto volume. Ve possino. Un'altra caratteristica dei piani regolatori prt--porter milanesi  la quasi totale assenza di verde, soprattutto all'interno della cerchia dei Navigli, cui si aggiungono piste ciclabili prt--sfotter che dopo qualche centinaio di metri vanno a finire nei controviali e poi attraversano la tangenziale o la pista di Linate, per regalare al ciclista il brivido estremo della pedalata survivor. Sempre quando e se il ciclista survives. Ma del resto, cosa se ne fa del verde il milanese visto che lavora sempre? Capisco chi fa il vivaista, o il giardiniere, che almeno ci tira su un po' di danee. Ma gli altri? Il verde non produce reddito, serve solo ai bambini e ai pensionati che a loro volta non producono reddito, anzi lo consumano pure. Se li meritano certi giardinetti. Quali? Quelli che mettono pi tristezza di una colata di cemento a cielo aperto: piccoli, trascurati (i piccioni li schifano, per dire), ornati da quattro o cinque giochi coperti dai graffiti, dove c' una coda con lista d'attesa di colf e tate che al confronto il Pronto soccorso del Fatebenefratelli la notte di Capodanno  il deserto dei Gobi.
Di qui la geniale proposta della destra meneghina, sposata di corsa dagli architetti di sinistra all'insegna della par condicio nell'ambito fatturazione: il verde verticale. Servono i parchi? C' un quoziente di alberi da piantare? Li mettiamo in verticale, appunto. Sorta di gerani iperdotati, dei quali mantengono l'impatto estetico (un albero al cinquantesimo piano chi caspita lo vede?) ma non lo scontrino fiscale. E via, verso nuove metrature.
La mia unica perplessit sta nel fatto che se Dio avesse voluto il verde verticale forse, e dico forse, avrebbe creato mucche e cavalli coi ramponi invece degli zoccoli. Sono d'accordo da buon milanese sul recupero delle aree verdi in verticale per poi poter asfaltare senza piet quelle orizzontali. Solo mi chiedo: come faranno gli anziani, tra i quali mio padre di ottantacinque anni, ad andarsi a leggere il giornale sulle panchine verticali? Cosa faccio, lo attacco al paranco e lo tiro su come al varo di una barca? E il suo bianchino spruzzato come glielo servo? Sparandoglielo dal piano terra con un fucile a pompa? Ancora: se porto il cane a fare la rituale passeggiata per i bisognini, lo sfracello sul cofano di un'auto sottostante? E in quel caso, cosa raccontiamo all'assicurazione?
Ma forse, caro lettore, sono stato sin troppo catastrofico. Basta attendere fiduciosi che l'Expo arrivi e che smentisca queste mie previsioni, costringendomi, per penitenza, a fare un appello a favore della lottizzazione, del verde verticale e dei piani regolatori prt--porter, la cui definizione  di chiara origine transalpina, ma che qualche meridiano pi in gi si potrebbero tranquillamente definire con le parole del compianto professor Franco Scoglio: "Ad minchiam". In onore delle nostre discendenze romaniche, perch Mediolanum prima di essere un'assicurazione e poi una banca era il nome della nostra citt. Costruita tutta intorno a noi. Per impedirci di scappare.

 L'Inter

DECORO CITTADINO

Nonostante alcune recenti e trascurabili invasioni di campo, l'Inter rimane la variabile indipendente che rende accettabile al milanese, il milanese vero, anche la giornata pi nera, a patto che in qualche anfratto si annidi almeno una strisciolina di azzurro.
Questa guida ovviamente non  sull'Inter (la cui bibliografia, tra centenari, trofei, trionfi in giro per il mondo, riempirebbe ormai da sola la biblioteca di Alessandria e forse anche quella di Novara) ma sarebbe sciocco negare la malattia di chi la verga. Una patologia pervasiva, invincibile, che ha resistito anche alla penicillina della storia, nei lunghi anni in cui essere nerazzurro significava portarsi in giro un neon lampeggiante sulla testa: "Non vinciamo niente dai tempi di Helenio Herrera". La bibliografia dedicata alla Beneamata  naturalmente successiva ai trionfi pi recenti. Ma se avessi dovuto aggiungere qualcosa di mio, ecco, avrei intinto la penna nella malinconia. E se avessi dovuto scegliere una notte, avrei pescato, tra tante, quella del 14 maggio 2011. Secondo me, che sono interista da sette generazioni, e forse anche prima (ma non c'era ancora la squadra, fondata nel 1908), non esiste cosa migliore per un interista vero che scrivere di notte. Per l'indole gozzaniana che ci accompagna, atavica. E anche perch, nella notte in questione, sarebbe stato un modo eccellente di cancellare dalla storia, quella con la S maiuscola e la propria personale, le celebrazioni dello scudetto dei cugini (alla lontana ovviamente: molto alla lontana). Quella vena di tristezza, infatti, mista alla normale malinconia attiva dei milanesi, quella che solitamente li porta ad approfittare di una semplice allergia per andare a piangere al cimitero - cos non ci si deve sforzare troppo - permettono al tifoso interista, quello generazionale, di non avere mai un vero momento di felicit e soddisfazione, un momento di gioia piena, senza che sia interrotto da una riflessione triste, da un sorriso amaro, da una contestazione interna, da una gomma bucata.
La storia recente ci dice che dopo la conquista dello scudetto sul campo del Parma, con due reti nel secondo tempo sotto il diluvio realizzate dal perfido Ibra Cadabra (dopo aver rischiato di prenderne altrettante nel primo tempo), al liberatorio fischio finale, con le maglie ancora inzuppate di acqua e lo champagne ancora da stappare, erano gi partite le prime polemiche (perch Ibra in panca nel primo tempo? Cosa avr voluto dire Mancini con questo gesto? Come mai non si sono stretti la mano o abbracciati subito dopo il fischio finale? Chi ha rinchiuso Orlandoni nel bagagliaio del pullman?). A Madrid anni dopo, finale con il Bayern Monaco, la prima Champions a portata di mano dopo trentacinque anni, eccoci qui, bella partita, due reti magnifiche del Principe Diego Milito poi si festeggia tutti insieme, ci si abbraccia e... ecco che Milito, prima ancora di sollevare la coppa, magari sotto l'effetto di un Gatorade all'LSD, si lascia scappare che non sa se rimane anche l'anno successivo. Mentre Mourinho se ne va piangendo dallo stadio Bernabeu, con la limousine del presidente del Real Madrid, come giovin viandante raccolto per strada che saluta il fidanzato con la lacrima agli occhi: "Addio amore, ho trovato chi mi d un passaggio. La macchina ha anche l'Intercooler".
Noi siamo cos: ci piace attendere anni per un successo (pi di uno negli ultimi cinque anni, cos, non dico per puntualizzare: solo per la precisione) e poi, quando arriva, godercelo per cinquanta secondi. Se va bene. A volte anche meno. Per questo motivo essere interisti a Milano non  semplicemente essere tifosi, ma  un vero e proprio stile di vita. Vediamo perci alcuni tratti distintivi. Cos, magari, se non siete nerazzurri fuori e vi riconoscete, potreste accorgervi che siete nerazzurri dentro e avete tifato per anni la squadra sbagliata.
Un vero interista l' mai content per definizione: "E quando si attacca troppo poi si prende il contropiede... va curata di pi la difesa... e quando si difende troppo poi chi  che fa i goal... nel calcio va bene non prenderle ma bisogna segnare per vincere, e quando manca il centrocampo si vede... la palla sempre avanti e pedalare non serve... le partite si vincono a centrocampo... questo cornetto Algida  vecchio...". Insomma el va mai ben nient ("non va mai bene niente").
Un vero interista allo stadio ci va per vedere fino a che punto... Per capire come si fa a far giocare quello l che non  da Inter, per dire al vicino di sedia che " dall'inizio del campionato, ma cosa dico, dalla preparazione, ma cosa dico: c'era ancora Prisco... che dico che con quell'allenatore l non vinceremo mai niente!". E poi tra un'affermazione pessimistica e un "cosa vi avevo detto" ogni tanto butta un occhio anche alla partita. E se poi si vince, si gira verso lo stesso tifoso di prima, lo saluta, batte le mani e mentre si allontana sussurra: "Stavolta  andata bene, ma i problemi in difesa restano eccome. Meno male che c' quell'allenatore in cui ho sempre creduto. Dall'inizio del campionato, anzi, dalla preparazione, ma cosa dico: Prisco non era neanche in societ".
Cos come nel calcio, nella vita di tutti i giorni, il vero interista va al ristorante, mangia male e spende tanto, e quando esce dice "el savevi giam che se magnava mal l denter" ("lo sapevo gi che si mangiava da schifo l dentro"). Lo sapeva. Ma voleva vedere fino a che punto sarebbero arrivati.
Il vero interista anche alla proiezione di un film che ha vinto nove Oscar trova il modo di minimizzare il capolavoro. S, s, niente da dire, gran bel film, per carit... per lungo, con una fotografia scura, un montaggio un po' cos, la poltrona era scomoda, il popcorn freddo, l'autobus ci ha messo tre quarti d'ora ad arrivare...
Il vero interista ha imparato in tempi sospetti (ovvero quando giocare lealmente era l'ultima delle preoccupazioni) che l'ottimista nient'altro  che un pessimista male informato. Indi per cui, quando va allo stadio o si siede sul divano davanti al plasma, si prepara alla sconfitta o se va bene al pareggio. Se si vince meglio ancora, accetta magnanimo la sorte propizia. Altrimenti... csa t'avevi dit? ("cosa t'avevo detto?"). E il camparino diventa ancora pi frizzante.
Il vero interista non gode per le sconfitte altrui, ma non per buona disposizione e gentilezza d'animo. Soltanto non tifa contro le altre squadre perch spesso troppo impegnato a criticare la propria. A sangue.
Ma soprattutto l'interista DOC, scritto tutto maiuscolo e crepi l'avarizia, non se la prende coi propri giocatori, citandoli uno a uno nelle litanie pre, durante e post partita. Piuttosto se la prende con la squadra e con la societ, tanto che le munifiche spese del sempre sia lodato Moratton de Morattoni (contro il quale si sentono solo flebili critiche amorevoli nel timore che lasci la societ in mano a qualche rigattiere di Rozzano) anzich indurre euforia, hanno rimpinguato le casse degli psicologi cittadini, alle prese con ultr che non sapendo pi a chi menarla se la prendono con loro stessi.
Ne ho visti alcuni passare l'intera partita dietro alla panchina di Roberto Mancini solo per urlargli il loro disappunto (eufemismo per non dire MANDAL A D VIA EL CUU).
A D VIA EL CUU (invito) Proposizione articolata di moto a luogo al termine della quale l'invitato pu provare divertimento, piacere o uno scranno da parlamentare. Senza nemmeno guardare il campo, e senza accorgersi che nel frattempo si era passati dallo 0 a 2 con la Sampdoria al 3 a 2 in pieno recupero. Ma "a d via el cuu".

 DECALOGO PER ESSERE
 (E NON APPARIRE) INTERISTI

1. Per essere interisti bisogna credere nel destino, ma scommettere contro per poter dire: "Male che vada, vinco una cena".

2. Essere interisti vuol dire non chiedersi mai: "Chiss se fossi stato milanista o juventino?". Questo lasciamolo a Emilio Fede.

3. Essere interisti vuol dire far parte di una lunga tradizione, di una storia e di una cultura e di uno stile, quel tipo di stile che alla prima palla mancata sotto rete, o al primo fuori gioco non fischiato agli avversari... San Pietro viene direttamente gi per lamentarsi a nome degli altri santi chiamati in causa e accostati ad animali da cortile.

4. Essere interisti aiuta ad accrescere alcune doti e virt quali la tolleranza, la forza della rassegnazione (pi una volta che adesso), lo spirito critico e la voglia di vincere che aiuta molto anche l'autostima.

5. Essere interisti vuol dire anche riconoscere e sopportare i propri difetti come l'eccesso di tolleranza, la troppa rassegnazione, l'infinito spirito critico, mentre la voglia di vincere, a pensarci bene, quando vincere diventa un'abitudine poi fa un po' male all'autostima. Per cui quest'anno va bene cos.

6. Essere interisti vuol dire sapersela raccontare bene da soli. E poi crederci.

7. Per essere interisti non basta essere iscritti a un fan club su Facebook, essere semplicemente simpatizzanti, oppure tesserati a propria insaputa, si deve andare almeno una volta a San Siro o al Meazza, come un musulmano almeno una volta nella vita deve andare alla Mecca. Anche se alla Mecca i panini al prosciutto sono migliori.

8. Per essere interisti si devono conoscere almeno due formazioni a memoria. E non vale solo quella che inizia con Sarti, Burgnich e Facchetti. No: almeno quella dello scudetto '79-80 con Bersellini in panchina e Beccalossi fuori a fumare.

9. Per essere interisti bisogna decidere sempre da che parte stare, per poi dire alla fine che forse non era quella giusta ma almeno ci si  provato.

10. Per essere interisti, infine, si deve credere nel motto di un velista francese del Settecento, Nicholas de Chamfort: "Il pessimista si lamenta dei venti, l'ottimista aspetta che il vento cambi, il realista aggiusta le vele". E dopo averci creduto, tornare come sempre a essere un po' pessimisti per esorcizzare l'ottimismo e lasciare che le vele le aggiusti qualcun altro.

E ora, in piedi:
Inter nostra, che sei nel prato, sia santificato il tuo nome, venga il tuo titolo, sia fatta la tua Champions League, come in casa cos in trasferta. Dacci oggi il nostro scazzo quotidiano, ma rimetti a noi lo scudetto come noi l'abbiam rimesso ai cugini rossoneri. E non ci indurre in retrocessione, ma liberaci dal Milan. Amen.

 Come demilanesizzarsi un po'

MIGLIORARE I MILANESI

Io sono molto orgoglioso della mia citt. Di esserci nato, di vederla cambiare quando ormai non ci speri pi. Ma penso sia utile anche a un milanese, ogni tanto, prendersi una pausa e rileggersi le seguenti regolette per smilanesizzarsi un po'. Non dico sempre, ma almeno quando si viaggia in Italia o all'estero. Non facciamoci riconoscere. Perch non provare un giorno a:

 lasciare a casa l'auto, fottendosene dell'Ecopass (chi se lo ricorda?), comprarsi un giornale e leggerselo con calma, fino ai necrologi, aspettando il tram. Che tanto non passa prima di domani perch  bloccato dai lavori al Monumentale;

 se il primo tram arriva ed  troppo pieno, aspettare il successivo, rileggendo un articolo che vi  piaciuto, magari anche nella pagina culturale. O uno comico di Alberoni sul "Corriere". E mentre il tram si allontana, fischiettate. E sorridete;

 rallentare il passo-spinta tipico di chi deve andare da qualche parte ed  in ritardo ( la tipica camminata milanese) anche se non lo aspetta nessuno. E fermarsi davanti a una vetrina a osservare una statuetta o un prodotto, senza fissare gli occhi solo sul cartellino del prezzo. E ripartire, con calma, guardando davanti a voi e non per terra come al solito, per paura che qualcuno ci riconosca e ci saluti facendoci perdere tempo prezioso;

 se incontrate qualcuno che vi sorride, pu succedere, ricambiare il sorriso.  gratis e, se lo salutate, evitate di guardare attraverso le persone. Meglio dentro e per pi di dieci secondi se possibile;

 decidere di andare a fare quattro passi al cimitero (Monumentale, Musocco, Greco o altri), entrare e lasciarsi cullare dal silenzio dei vialetti. E soprattutto spegnere il cellulare, perch anche se l c' campo,  il camposanto. Per cui si comunica con l'anima e non con l'iPhone;

 un pomeriggio del sabato, uscire di casa senza carta di credito, senza tanti soldi e senza il bancomat o il telefonino. Fare una passeggiata, evitando la spesa all'iper e la coda al super. Verificherete che si pu vivere felici anche senza spendere la tredicesima in un pomeriggio, senza plastica in tasca, senza tornare a casa idrofobi e pieni di sensi di colpa per i ticket restaurant;

 se possibile prendersi mezza giornata di ferie. Meglio il mercoled. E invece di usarla per andare a fare delle commissioni (tipico dei milanesi, che poi non riescono a combinar nulla lo stesso), girate la citt come farebbe un turista facendovi guidare dalla curiosit e dall'istinto e dal radar per le cacche sui marciapiedi;

 una volta nella mezza giornata provare ad andare al cinema di pomeriggio: c' poca gente, tanto spazio e potete persino piangere per il film senza sentirvi un pirla, anche perch quelli del pomeriggio piangono tutti e di solito non vogliono farsi vedere, come nei vecchi cinema porno ammazzati da Internet;

 una domenica mattina, dopo il giro classico Santa Messa (o autolavaggio per i non credenti) e pasticceria, provare ad andare al bar, meglio se affollato, bevetevi un Negroni o un cocktail di vostro gradimento, inseritevi in una discussione da bar, che sia calcio, gnocca o politica va bene lo stesso, e dite la vostra, possibilmente non subito, ma dopo aver capito di che si tratta. Poi sorseggiate l'aperitivo con calma e gustatevelo fino in fondo, invece di trangugiarlo come una medicina e dire a tutti: "Be', l' tardi mi voo a c mia!". Eviterete cos di uscire nel pi totale disinteresse e riportare la netta impressione che nessuno si era accorto che c'eravate anche voi;

 per dormire, la sera, invece di imbesuirvi sul divano in pigiama o con quelle improbabili tute viola cangiante, modello mercatone o outlet, che nemmeno i profughi al semaforo accettano pi dalla Caritas da tanto che sono orrende, provare a mettervi qualcosa e uscire nella notte, come se doveste portare il cane ai giardini, anche se non avete il cane. Fate fare una pausa al vostro cervello e portatevi lui. Col vantaggio che il cervello non si fermer ad annusare ogni albero, ma vi ringrazier comunque di averlo distratto per un po' da "I soliti ignoti", dall'"Eredit", e fors'anco da "Ballar";

 e infine se siete stressati, se la mattina appena alzati vi comincia a ballare la palpebra come se ci fosse dentro la corrente elettrica, se al primo semaforo verde dove quello di fronte gira, sull'arancione, gli fate una suonata di clacson e un dito medio nello stesso tempo mentre con l'unica mano libera cliccate forsennatamente l'abbagliante, il tutto con la giugulare grossa come un oleodotto, se al telefono ormai rispondete a monosillabi e vi viene voglia di scagliarlo contro il muro quando l'interlocutore supera i tre minuti di conversazione senza aver nominato la parola "fattura", se al ristorante non sapete aspettare almeno dieci minuti tra il primo e il secondo e chiedete il caff insieme all'insalata per non fare poi tardi... e se, fermi in macchina in tangenziale, non riuscite nemmeno a godervi un tramonto su via Mecenate, perch state smanettando con autoradio, CD, MP3, cellulare, iPod, iPhone, iPad... ebbene se tutto ci vi stressa, ripetervi il mantra del relax metropolitano, il mantra della vecchia Milano: VDVC... VDVC... VDVC... Ma v a d via el cuu anca lo stress. Ovviamente con tanto amore e tanta serenit interiore.


 "Numm vuraiom sav... Nous voulevons
 savoir... Noi vorremmo sapere"

FRASI UTILI PER SOPRAVVIVERE A MILANO

Ecco a Voi, care lettrici e lettori non milanesi, un prontuario con alcune frasi che Vi permetteranno di poter bluffare, giusto quei cinque minuti di conversazione perch poi il milanese scoprir comunque che non siete nati sotto la Madonnina anche perch un vero milanese dopo cinque minuti non ascolta pi, guarda l'orologio o chiama con il telefonino. Utili anche per atac boton ("attaccare bottone", ovvero iniziare una conversazione con sconosciuti), grazie a queste poche frasi potrete anche fingervi milanesi in giro per il mondo, dove tanto il milanese  parlato meno di un dialetto dell'Alsazia. Unica controindicazione... non usatele spesso e tutte insieme perch poi potreste affezionarvi e cercare di saperne di pi, magari anche imparare altri vocaboli, altre espressioni idiomatiche per poi iniziare a frequentare i bar o i trani tipicamente milanesi, mangiare l'oss bs cont el risott giald due volte alla settimana (anche a luglio) e arrivare al punto di non ritorno, ovvero scrivere un libro sui milanesi. Dove poter esprimere tutto l'amore per la citt e per i suoi abitanti... e pensare che lo comprino per leggerlo... solo perch non fanno togliere il prezzo... senza sapere che invece il milanese i libri li regala con tanto di prezzo esposto e ben visibile perch cos chi riceve il regalo si fa un'idea di quanto spendere quando dovr farne uno a Voi e nello stesso tempo non si dimentica che i danee gh'ann un valor ed el so perch... ("i soldi hanno un valore e un loro perch...") e se  vero che, forse, non fanno la felicit, comunque aiutano tanto a tener lontana la tristezza.
NOTA PER I PURISTI DEL DIALETTO. Le frasi tradotte vengono riportate con la pronuncia e non con la corretta composizione ortografico-lessicale (in poche parole "stee no l a giar tusscoss..." non soffermatevi troppo sui dettagli).
ALLA STAZIONE
Sono sempre in ritardo questi treni.
O mai una volta che riven o parten in orari chi tren de (epiteto a scelta).

Faccia attenzione che  pieno di ladri.
Staghj attent che l' pien de lader.
Mi scusi, dove devo timbrare il biglietto?
Ch'el me scusa, lu el sa per caso indoe l' che g'hoo de timbr el bigliett?

Forma sintetica: O nino... indoe l' che timbri el bigliett?

Guardi che c' la fila per il taxi... e comincia l dietro.
O ballabiott. Te siet el pusse bel de tucc? Va che gh' la fila per el taxi... e la cumincia l de dr.

Ho perso il treno... sa se oggi ce ne sono ancora... che vanno a...?
O in semper in ritard... per una volta che rivi des minut dopo, lu el sa se ghe n' anca m prima de doman mattina per and a...?

Mi dispiace ma non ho moneta.

Me dispias ma gh'oo no moneda.

Versione diretta: Ciccio va che gh'oo no moneda, andersen.

AL RISTORANTE
Mi pu consigliare un piatto? Che sia buono mi raccomando...
Se gh' incoeu de magn? Roba bona me raccomandi...

Il bagno per favore dove lo trovo?
El sa indoe l' el cess per pias?

Mi porti una cotoletta alla milanese.
Per m una bela coteletta impanada.

Mi sembra un po' caro. Ma  sicuro che il conto sia il mio?
O nino, ma me par che l' car come el foeugh... (caro come il fuoco... modo di dire per definire un costo eccessivo) ma te see sicur che quell cunt chi... l' el m?

Grazie non voglio i fiori... e poi non ho moneta.
Grazie ma i fiur t se a podete tegn... e poeu gh'oo no de moneda.

SUL TAXI: SOLO SE IL TASSISTA  MILANESE
 (SI CAPISCE DALLA RADIO CHE ASCOLTA O DAGLI ADESIVI SUL CRUSCOTTO)
Faccia pure la strada che sa... le dico solo che ho fretta.
El vaga indoe el voeur, basta che rivom prest che gh'oo premura.

Ma c' sempre questo traffico a Milano? Ormai  peggio che a Roma e Napoli...
Ma gh' semper quel rebellot chi in gir a Milan... ormai l' pegg che in Terronia... (da non pronunciare mai con inflessione partenopea o romana).

Sono tanti anni che non vengo pi a Milano...  cambiata tanto... vero?
Hinn tanti an che vegni p a Milan... come l' che l' cambiata insc tant?

Quanto viene una corsa all'aeroporto di Malpensa?
Quant el voeur per menam su a Malpensa?

Mi dispiace ma ho solo banconote da 100 euro... ha da cambiare?
Se gh' du un cent el gh'a el rest per pias? Me dispias... ma gh'oono de moneda.

A UNA FESTA O IN UN BAR O SUL TRAM... INSOMMA
 DOVE VI PARE, PER CONOSCERE QUALCUNO
 da tanto che siete qui?
O... l' tant che sii rivaa? Oppure al singolare... O l' tant che te see rivaa?

Sapete chi ha organizzato la serata/festa/aperitivo?
O... vialter savii... chi l' che ha traa in p tutt l'ambaradan?

Mi scusi scende alla prossima?
C'hal me scusa lu el gh'ha de and gi a la prosima? Poi borbottando se non risponde: "Se pianten semper chi davanti a la porta e poeu dopo van minga gi... ma va a d via el cuu va pistola...".

A che ora chiudete?
A che ora seren su chi?

C' da pagare anche il parcheggio? Mi scusi ma non lo sapevo (al parcheggiatore abusivo).
Ah gh'era anca de pag per las gi la macchina... el savevi no... me dispias ma ghoo no de moneda.

INFINE... IN LIBRERIA
Dove trovo i libri comici?
O bela tusa... (se signorina). Al maschile: O nino, indoe l' che hinn i liber de rid?

 gi uscito il libro di Bertolino?
L' gi m vegnuu foeura el liber del Bartolini? (mai azzeccato il cognome in tanti anni).

Me lo consiglia? Vale la pena di comprarlo o  meglio aspettare che me lo regali mia moglie?
El var la pena de catal su o l' mej spet che m'el regala la mia miee?

Una domanda... mi pu dire quanto costa?
El me scusa... el me pode d quant el vegn... insoma se el costa? Ah... va ben alora pasi un alter d... perch adess... gh'oo no de moneda.
...
.
...
FINE.